Parafrasi e Analisi: "Canto V" - Purgatorio - Divina Commedia - Dante Alighieri


Immagine Dante Alighieri
1) Scheda dell'Opera
2) Introduzione
3) Testo e Parafrasi
4) Riassunto
5) Figure Retoriche
6) Personaggi Principali
7) Analisi ed Interpretazioni
8) Passi Controversi

Scheda dell'Opera



Autore: Dante Alighieri
Prima Edizione dell'Opera: 1321
Genere: Poema
Forma metrica: Costituita da tre versi di endecasillabi. Il primo e il terzo rimano tra loro, il secondo rima con il primo e il terzo della terzina successiva.


Pubblicità

Introduzione



Il Canto V del Purgatorio, ambientato come i precedenti canti nell'Antipurgatorio, vede Dante raffrontarsi con quelle anime che, morte di morte violenta, si sono pentite in fin di vita. Con uno schema già consolidato, l'auctor inscena il dialogo con questi spiriti attraverso un pretesto narrativo – quello dello stupore delle anime di fronte all'ombra proiettata da Dante sul terreno. Se, però, le anime del Canto precedente erano immobili e pigre, queste mostrano immediatamente un dinamismo, avvicinandosi e quasi rincorrendo i due poeti con l'intento di riuscire a dialogare con Dante per far sì che egli le ricordi una volta tornato nel mondo dei vivi.

La dinamicità è richiamata anche dal susseguirsi dei racconti dei tre spiriti – Jacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro e Pia senese – che portano in scena tre diverse tipologie di morte violenta, accomunate dal territorio in cui sono state perpetrate, l'Italia. In quest'ottica, il Canto V del Purgatorio apre le porte al Canto successivo, il sesto, dove risulterà chiaramente che la morte e l'odio sono una costante del territorio italiano.


Testo e Parafrasi



TestoParafrasi
Io era già da quell' ombre partito,
e seguitava l'orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando 'l dito,
Mi ero ormai allontanato da quelle anime negligenti (che si
pentirono sul punto di morte), e stavo seguendo da vicino la
mia guida quando da dietro a me, puntandomi contro il dito,
una gridò: «Ve' che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!».
uno spirito gridò: "Guardate, sembra che non risplendano i
raggi del sole alla sinistra di quello che cammina più in basso,
e sembra quindi che si muova come un uomo vivo!"
Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.
Al suono di queste parole rivolsi indietro lo sguardo,
e vidi che le anime mi guardavano fisso con stupore,
guardavano me e la luce che veniva interrotta dal mio corpo.
«Perché l'animo tuo tanto s'impiglia»,
disse 'l maestro, «che l'andare allenti?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?
"Perché la tua mente si distrae tanto",
disse il mio maestro Virgilio, "da farti rallentare il passo?
Che ti importa di ciò che viene bisbigliato dietro a te?
Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;
Continua a seguirmi e lascia parlare le altre persone:
devi comportarti come la torre immobile, che non inclina
mai la propria cima al soffiare dei venti;
ché sempre l'omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l'un de l'altro insolla».
poiché sempre l'uomo i cui pensieri crescono l'uno sopra l'altro,
finisce per allontanare da sé il suo fine ultimo, dato che
la forza del nuovo pensiero è tale da indebolire il precedente."
Che potea io ridir, se non «Io vegno»?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l'uom di perdon talvolta degno.
Che cosa potevo rispondergli se non "Ti seguo"?
Lo dissi arrossendo alquanto,
cosa che a volte favorisce l'uomo nell'ottenere il perdono.
E 'ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando 'Miserere' a verso a verso.
Nel frattempo, trasversalmente lungo il versante del monte,
vidi procedere delle anime un poco più in alto rispetto a noi,
cantando a versetti alternati 'Miserere'.
Quando s'accorser ch'i' non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,
mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;
Quando si accorsero che io non facevo
attraversare il mio corpo dai raggi del sole,
mutarono il loro canto in un grido di stupore lungo e roco;
e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr' a noi e dimandarne:
«Di vostra condizion fatene saggi».
due di loro, scelti come messaggeri,
ci corsero incontro e chiesero:
"Rendeteci per piacere nota la vostra condizione."
E 'l mio maestro: «Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che 'l corpo di costui è vera carne.
Ed il mio maestro rispose: "Potete tornare
e riferire a chi vi hanno mandato da noi
che il corpo di questo uomo è di carne viva.
Se per veder la sua ombra restaro,
com' io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed esser può lor caro».
Se si sono fermati per aver visto la sua ombra, come
credo che sia, allora hanno ora una risposta soddisfacente:
gli rendano onore, può essere vantaggioso per loro."
Vapori accesi non vid' io sì tosto
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole d'agosto,
Non vidi mai stelle cadenti attraversare così velocemente
il cielo nelle prime ore della notte,
né, al calare del sole, saettare lampi tra le nuvole d'Agosto,
che color non tornasser suso in meno;
e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
come schiera che scorre sanza freno.
quanto lo furono quelle due anime nel tornare su;
e, raggiunto il loro gruppo, ritornarono verso di noi insieme a
tutti gli altri, come una folle che corre senza controllo.
«Questa gente che preme a noi è molta,
e vegnonti a pregar», disse 'l poeta:
«però pur va, e in andando ascolta».
"La folla di anime che si avvicina è molto numerosa,
e viene per pregarti", mi disse Virgilio:
"continua però a salire, ed ascolta le loro parole camminando."
«O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti»,
venian gridando, «un poco il passo queta.
"Oh anima che sali verso la beatitudine
con quello stesso corpo con cui sei nata in terra",
gridavano venendoci incontro, "rallenta un poco il passo.
Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché non t'arresti?
Guarda se riesci a riconoscere qualcuno di noi,
così da poterne portare notizia nel mondo dei vivi:
perché continui a camminare? Perché non ti fermi un poco?
Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l'ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,
Noi anime siamo state tutte strappate alla vita con la
violenza, e fino all'ultima ora siamo rimaste nel peccato;
in quell'ultimo istante però la Grazia divina ci mostrò il male in cui vivevamo,
sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n'accora».
così che, pentendoci dei nostri peccati e perdonando i nostri
uccisori, lasciammo la vita in pace con Dio,
che adesso ci affligge con il desiderio di vederlo."
E io: «Perché ne' vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s'a voi piace
cosa ch'io possa, spiriti ben nati,
Gli dissi io: "Per quanto guardi con attenzione i vostri volti,
non riesco a riconoscere nessuno; ma se, anime destinate alla
beatitudine, avete piacere che io faccia qualcosa per voi, nel limite delle mie possibilità,
voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a' piedi di sì fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi si face».
ditemelo, ed io lo farò in nome di quella pace
che, al seguito di una tale guida,
mi si permette di cercare passando da un regno all'altro."
E uno incominciò: «Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che 'l voler nonpossa non ricida.
Incominciò allora uno a parlare: "Ognuno di noi ha fiducia
che farai il bene che ci hai promesso, senza bisogno che lo
giuri, a meno che non ti risulti impossibile attuare la tua volontà.
Ond' io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,
Perciò io (Iacopo del Cassero), che parlo da solo prima degli
altri, ti prego, se mai vedi quel paese che si estende tra la
Romagna ed il regno di Napoli, governato da Carlo d'Angiò,
che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s'adori
pur ch'i' possa purgar le gravi offese.
che tu sia così cortese da chiedere
ai miei parenti e conoscenti di Fano, di adorare Dio per me,
così che io venga aiutato ad espiare i miei gravi peccati.
Quindi fu' io; ma li profondi fóri
ond' uscì 'l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,
Nacqui in quel territorio; ma le profonde ferite
da cui sgorgò il sangue nel quale soggiornava la mia anima,
mi furono inferte nel territorio di Padova,
là dov' io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m'avea in ira
assai più là che dritto non volea.
là dove avevo creduto di poter vivere più al sicuro:
me le fece infliggere il signore d'Este, che mi aveva in odio
molto più di quanto ne avesse diritto.
Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,
quando fu' sovragiunto ad Orïaco,
ancor sarei di là dove si spira.
Ma se fossi fuggito in direzione di Mira,
quando venni raggiunto dai miei assassini ad Oriago,
mi troverei ora ancora tra i vivi.
Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco
m'impigliar sì ch'i' caddi; e lì vid' io
de le mie vene farsi in terra laco».
Corsi invece verso la palude del Brenta, e le canne di bambù
ed il fango mi intralciarono la fuga fino a farmi cadere; e vidi
perciò lì il mio sangue formare un lago sulla terra.
Poi disse un altro: «Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l'alto monte,
con buona pïetate aiuta il mio!
Disse poi un'altra anima: "Possa realizzarsi il tuo desiderio
di pace che ti spinge a salire l'alto monte,
abbi la pietà di aiutarmi a realizzare il mio di desiderio!
Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura;
per ch'io vo tra costor con bassa fronte».
Il mio casato è dei Montefeltro, il mio nome è Buonconte;
la mia vedova Giovanna e gli altri miei parenti non si curarono
di pregare per me; perciò io per la tristezza cammino tra queste anime a testa bassa."
E io a lui: «Qual forza o qual ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?».
Gli chiesi allora: "Quale forza maggiore o quale caso fortuito
ti trascinò così lontano da Campaldino,
che non seppe mai il luogo della tua sepoltura?"
«Oh!», rispuos' elli, «a piè del Casentino
traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
Mi rispose l'anima: "Appena a sud del Casentino
scorre un fiume chiamato Archiano,
che nasce nell'Appennino sopra l'eremo di Camaldoli.
Là 've 'l vocabol suo diventa vano,
arriva' io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
Nel punto in cui questo fiume perde il suo nome, gettandosi
nell'Arno, giunsi con una grave ferita alla gola, mentre
fuggivo a piedi e bagnavo la pianura con il mio sangue.
Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
In quel punto persi la vista e la parola, morii;
l'ultima mia parola fu il nome di Maria, poi lì
caddi, ed abbandonai il mio corpo.
Io dirò vero, e tu 'l ridì tra ' vivi:
l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?
Ti dirò la verità su quello che accadde in seguito, tu diffondila
poi nel mondo dei vivi: l'Angelo di Dio mi prese con sé, mentre
l'inviato dell' Inferno gridava: "Creatura del cielo, perché me lo porti via?
Tu te ne porti di costui l'etterno
per una lagrimetta che 'l mi toglie;
ma io farò de l'altro altro governo!".
Tu ti prendi l'anima di costui solo per una lacrimuccia,
che quindi me ne priva; tratterò allora diversamente
l'altra parte di costui, il suo copro!"
Ben sai come ne l'aere si raccoglie
quell' umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
Sai bene che nell'aria si raccoglie in nubi
il vapore, che ritorna poi nuovamente acqua
non appena raggiunge gli strati più freddi dell'atmosfera.
Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
per la virtù che sua natura diede.
Quel demonio unì la sua volontà malvagia, che aspira solo al
male, all'intelligenza, ed agitò il vapore acqueo ed il vento,
utilizzando i poteri propri dalla sua natura diabolica.
Indi la valle, come 'l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
Non appena il giorno fu terminato, coprì quindi tutta la valle,
da Pratomagno alla catena dell'Appennino,
di nebbia; e riempì il cielo che la sovrasta di denso vapore
sì che 'l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde, e a' fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;
tanto che l'aria satura di umidità di tramutò in acqua;
cadde la pioggia e fluì poi verso i fossati
la parte di acqua che la terra non fu in grado di assorbire;
e come ai rivi grandi si convenne,
ver' lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.
ed appena si riversò nei fiumi più grandi,
corse poi verso l'Arno, che sfocia nel mare, tanto velocemente
che nessun ostacolo riuscì a trattenerla.
Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse
ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
Il mio corpo congelato per il freddo
fu trovato dall'Archiano in piena alla sua foce; che lo spinse
poi nell'Arno e fu così sciolta la croce
ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse».
che avevo formato sul petto con le braccia sul punto di morte;
la corrente mi fece rotolare contro le sponde ed il letto del
fiume, che infine mi sommerse con i suoi detriti."
«Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via»,
seguitò 'l terzo spirito al secondo,
"Quando sari tornato nel mondo dei vivi
e ti sarai riposato del lungo viaggio",
disse un terzo spirito dopo le parole del secondo,
«ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellata pria
"ricordati di far pregare anche per me, che sono la Pia;
nacqui a Siena e morii nella Maremma:
come sa bene colui che prima,
disposando m'avea con la sua gemma». sposandomi, mi aveva messo al dito il suo anello."



Riassunto



vv 1-21: Rimprovero di Virgilio e Pentimento di Dante
Mentre i due poeti continuano la loro ascesa, una delle anime nota che il corpo di Dante proietta un'ombra e lo segnala agli altri con sorpresa. Sentendosi osservato, Dante rallenta il passo, ma Virgilio lo esorta a non perdere di vista l'obiettivo e a non lasciarsi distrarre. Dante, imbarazzato, arrossisce e riprende il cammino, seguendo il maestro senza più esitazioni.

vv 22-63: Le anime trascurate morte violentemente
Dall'altra parte, giungono numerose anime che intonano il Miserere. Anche loro si accorgono dell'ombra che il corpo di Dante proietta e chiedono spiegazioni a Virgilio. Quest'ultimo spiega che Dante è ancora vivo e che, quando tornerà sulla Terra, potrà aiutarle. Le anime rivelano di essere state persone che morirono violentemente, pentendosi solo all'ultimo momento della loro vita.

vv 64-84: Iacopo del Cassero
Tra queste anime, uno si fa avanti e chiede a Dante di pregare per lui. È Iacopo del Cassero, ucciso dai sicari di Azzo VIII d'Este nel territorio padovano. La sua preghiera è per ottenere suffragi che possano alleviare la sua pena.

vv 85-129: Buonconte da Montefeltro
Un altro spirito che interviene è Buonconte da Montefeltro, il quale supplica Dante di ricordarsi di lui, poiché sembra che sua moglie Giovanna e i suoi familiari lo abbiano dimenticato. Dante gli chiede perché il suo corpo, dopo la battaglia di Campaldino del 1289, non sia stato ritrovato. Buonconte racconta di essere stato mortalmente ferito e di essersi trascinato fino al torrente Archiano, dove, prima di morire, invocò la Vergine. Un angelo allora sottrasse la sua anima al demonio, ma il corpo venne travolto da un'inondazione, distruggendo la croce che Buonconte aveva composto sul petto con le braccia.

vv 130-136: Pia de' Tolomei
Infine, una voce femminile si fa sentire, chiedendo a Dante di ricordarsi di lei. È Pia de' Tolomei, originaria di Siena, uccisa dal marito in Maremma. La sua anima implora che la sua memoria venga preservata.

Pubblicità

Figure Retoriche



v. 4: "Ve'": Apocope.
v. 6: "E come vivo par che si conduca": Similitudine.
v. 9: "Pur me, pur me": Anadiplosi.
vv. 14-15: "Sta come torre ferma, che non crolla già mai la cima per soffiar di venti": Similitudine.
vv. 14-15: "Non crolla / già mai": Enjambement.
v. 18: "La foga l'un de l'altro insolla": Iperbato.
v. 20: "Del color consperso": Anastrofe.
v. 21: "Di perdon talvolta degno": Iperbato.
vv- 25-26: "Non dava loco / per lo mio corpo": Enjambement.
v. 28: "In forma di messaggi": Metonimia.
vv. 37-40: "Vapori accesi non vid'io sì tosto di prima notte mai fender sereno, né, sol calando, nuvole d'agosto, che color non tornasser suso in meno; e, giunti là": Similitudine.
v. 42: "Con li altri a noi dier volta come schiera che scorre sanza freno": Similitudine.
vv. 46-47: "O anima che vai per esser lieta con quelle membra con le quai nascesti": Perifrasi. Per indicare Dante, cioè: "O anima che vai per raggiungere la beatitudine, con lo stesso corpo con cui sei nato".
vv. 55-56: "Fora di vita": Enjambement.
vv. 59-60: "S'a voi piace / cosa": Enjambement.
v. 65: "Del beneficio tuo": Anastrofe.
v. 75: "Fatti mi fuoro": Anastrofe.
v. 77: "Quel da Esti il fé far che m'avea in ira assai più là che dritto non volea": Perifrasi. Per indicare Azzo VIII d'Este.
v. 81: "Ancor sarei": Anastrofe.
v. 84: "De le mie vene farsi in terra laco": Iperbole.
vv. 85-86: "Quel disio / si compia": Enjambement.
v. 90: "Con bassa fronte": Metonimia.
vv. 91-92: "Qual ventura / ti traviò": Enjambement.
v. 95: "Un'acqua": Sineddoche. Per indicare il fiume.
v. 97: "Là 've 'l vocabol suo diventa vano": Perifrasi.
vv. 101-102: "Quivi caddi": Enjambement.
vv. 104-105: "Quel d'inferno / gridava": Enjambement.
vv. 109-110: "Si raccoglie / quell'umido": Enjambement.
vv. 112-113: "Giunse quel mal voler che pur mal chiede con lo 'ntelletto": Perifrasi. Per indicare l'angelo dell'inferno.
vv. 116-117: "Coperse di nebbia": Enjambement.
vv. 122-123: "Veloce si ruinò": Enjambement.
vv. 125-126: "Sospinse ne l'Arno": Enjambement.
v. 129: "Mi coperse e cinse": Endiadi.
v. 134: "Siena mi fé, disfecemi Maremma": Chiasmo.
vv. 135-136: "Colui che 'nnanellata pria disposando m'avea con la sua gemma": Perifrasi. Per indicare il marito di Pia.
v. 136: "Gemma": Sineddoche. La parte per il tutto, per indicare l'anello.


Personaggi Principali



Nel Canto V del Purgatorio, Dante introduce tre personaggi che sono morti a causa di violenza, tutti accomunati dalla possibilità di salvezza, nonostante le esperienze personali diverse. La loro condizione li unisce, con gesti, desideri e parole che si ripetono, enfatizzando la coralità della schiera che si muove e canta insieme.

Jacopo del Cassero
Il primo a prendere parola è Jacopo del Cassero, proveniente da una famiglia guelfa delle Marche. Pur non rivelando mai il proprio nome, la sua vicenda era ben conosciuta dai lettori dell'epoca. Nato a Fano nel 1260, Jacopo fu un abile combattente e politico di spicco. Dopo aver partecipato alla battaglia di Campaldino nel 1288-1289, fu podestà di Bologna e si oppose alle ambizioni di Azzo VIII d'Este. Quando fu chiamato a Milano nel 1298, cercò di evitare il territorio estense, ma fu tradito e assassinato a Oriago dalle forze di Azzo.

Bonconte da Montefeltro
Bonconte, figlio di Guido da Montefeltro, nacque ad Arezzo intorno al 1250. Ghibellino di fede, divenne un capo delle forze ghibelline ad Arezzo. Partecipò alla battaglia di Campaldino, ma nonostante fosse contrario all'idea della battaglia, vi prese parte e fu ucciso il 11 giugno 1289. Il suo corpo non fu mai trovato. Bonconte è l'unico tra i tre a raccontare il proprio pentimento prima di morire, un tema che Dante ripropone per enfatizzare l'importanza del pentimento sincero, in contrasto con la figura di Guido da Montefeltro, che pur avendo condotto una vita ascetica, non si pentì.

Pia de Tolomei
L'ultima a parlare è Pia de Tolomei, della quale si sa ben poco. Secondo alcune fonti, sarebbe stata la moglie di Nello di Inghiramo dei Pannocchieschi, podestà di Volterra. La sua morte potrebbe essere stata causata da un tradimento o dal desiderio di Nello di sposare un'altra donna. Pia, che si pentì prima di morire, racconta brevemente la sua storia in toni elegiaci, in contrasto con Francesca, un'altra donna vittima di violenza, ma destinata alla dannazione eterna per non essersi mai pentita del suo amore per Paolo.

In questo Canto, Dante mette in evidenza come anche le esperienze più dolorose possano condurre alla salvezza se accompagnate dal pentimento sincero.


Analisi ed Interpretazioni



Nel Canto V del Purgatorio, Dante presenta tre spiriti che raccontano le loro storie di morte violenta, unendo temi come il pentimento, la grazia divina e la pacificazione con Dio. Queste anime, pur appartenendo a contesti diversi, sono unite dal comune destino di salvezza e dalla loro tardiva richiesta di perdono. I personaggi principali sono Jacopo del Cassero, un politico guelfo, Buonconte da Montefeltro, un condottiero ghibellino, e Pia de' Tolomei, una donna assassinata dal marito. Ciascuno di loro racconta la propria vicenda con un atteggiamento che alterna il rimpianto per la vita persa e il desiderio di redenzione.

Il tema centrale del canto è la negligenza: le anime di coloro che sono morti in modo violento hanno atteso fino all'ultimo istante della vita per chiedere perdono. Questo pentimento, arrivato troppo tardi, le condanna a un lungo periodo di purificazione nell'Antipurgatorio, dove devono camminare compatte lungo la costa del monte, invocando la misericordia di Dio attraverso il salmo Miserere. Questo comportamento diventa un contrappasso per antitesi: come in vita ignorarono la misericordia divina, ora la implorano. In questo contesto, il corpo straziato dalla violenza della morte porta gli spiriti a rimpiangere l'unità perduta, un tema che Dante esplora attraverso la narrazione della loro morte e del pentimento finale.

Nel caso di Buonconte da Montefeltro, ad esempio, Dante introduce un elemento autobiografico, riferendosi alla battaglia di Campaldino, in cui il poeta stesso aveva partecipato. La sua morte e la misteriosa scomparsa del corpo sono descritte come un evento drammatico e significativo, legato sia alla storia che all'esperienza personale di Dante. Il pentimento di Buonconte, che si era invocato il nome di Maria poco prima di morire, segna una differenza sostanziale con il destino di suo padre, Guido da Montefeltro, che non si era mai pentito, portando alla salvezza dell'uno e alla dannazione dell'altro.

La figura di Pia de' Tolomei, pur essendo quella con meno dettagli storici, assume una dimensione simbolica molto forte. Nel breve scambio di parole che la riguarda, Pia rivela la sua morte violenta per mano del marito, ma si distingue per il tono pacato e semplice, quasi elegiaco, che contrasta con la drammaticità degli altri racconti. Il suo desiderio di pace e di essere ricordata da coloro che vivono sulla Terra sottolinea un aspetto importante degli spiriti dell'Antipurgatorio: la ricerca di pacificazione con Dio e con se stessi.

Il canto si conclude con un rimando alla salvezza raggiunta grazie a un sincero pentimento, simboleggiato dalla "lagrimetta" di Buonconte, un gesto che evidenzia come anche un piccolo segno di pentimento possa essere sufficiente a ottenere la grazia divina. L'atteggiamento di stupore degli spiriti verso Dante, che ancora vive nel mondo terreno, non solo rivela la loro condizione di attesa, ma anche l'impotenza della violenza demoniaca, che nulla può contro il potere redentore di Dio.


Passi Controversi



Alcuni manoscritti al verso 14 leggono "fermo", riferito a Dante e non alla torre, ma questa lettura appare poco probabile. Il verbo "insolla" (v. 18) significa "indebolisce" e deriva dall'aggettivo "sollo", che significa debole. L'espressione "in forma di messaggi" (v. 28) indica "in qualità di messaggeri". "Vapori accesi" (v. 37) può riferirsi sia a "stelle cadenti" che a "lampi"; questi fungono da soggetto al verbo "fender", che ha come complemento oggetto "sereno" e "nuvole d'agosto". "Sol calando" è un ablativo assoluto latino che significa "al calare del sole".
Il verso 66 va interpretato come "purché l'impossibilità non ostacoli la tua buona volontà"; "nonpossa" è una parola composta, simile a "noncuranza". Il "paese" (v. 68) che si trova tra la Romagna e il regno di Napoli, governato da Carlo II d'Angiò, è la Marca Anconetana, dove si trovava Fano. L'espressione "in sul quale io sedea" (v. 74) significa "sul quale (sangue) io, anima, avevo la mia sede" (secondo la fisiologia medievale, l'anima umana risiedeva nel sangue). Il territorio di Padova è descritto "in grembo a li Antenòri" (v. 75) poiché, secondo una leggenda, Antenore aveva fondato la città veneta. Il "braco" citato al verso 82 indica il fango, come nel passo dell'Inferno (VIII, 50: "come porci in brago"). Al verso 88, Bonconte si presenta e utilizza due tempi verbali (fui... son) per distinguere ciò che è stato in vita, come membro della casata di Guido da Montefeltro, e ciò che continua ad essere come individuo. L'Archiano (v. 95) è un affluente di sinistra dell'Arno, che si getta nel fiume dopo aver attraversato la pianura del Casentino, ed ha origine presso l'Eremo di Camaldoli, in un luogo boscoso vicino al Falterona, sull'Appennino. Il suo nome diventa vano (v. 97) quando si unisce all'Arno.
Ai vv. 100-102 alcuni editori moderni pongono una virgola dopo "vista", legandola al verbo "finì" (prima persona singolare), in modo da leggere: "Qui persi la vista e le mie parole finirono col nome di Maria...". Questa lettura è convincente, anche se "finire" nel significato di "morire" era già diffuso nel Trecento. L'"etterno" (v. 106) si riferisce all'anima di Bonconte, mentre "l'altro" (v. 108) è il corpo; notiamo la ripetizione dell'espressione "l'altro altro governo".
I vv. 112-113 sono stati interpretati in vari modi, ma la spiegazione più probabile è la seguente: "quello (il demonio) unì la volontà malvagia (mal voler), che ricerca solo il male, all'intelletto...". I teologi medievali ritenevano che il diavolo avesse il potere di agire sugli elementi atmosferici. Il "gran giogo" (v. 116) non si riferisce a una cima specifica, ma all'ultimo tratto dell'Alpe di Serra, detto anche "giogana". Il "fiume real" (v. 122) è l'Arno, che nel Trecento veniva chiamato così, come tutti i fiumi che sfociavano nel mare.
Il verso 129, che conclude il racconto di Bonconte ("poi di sua preda mi coperse e cinse"), è stato considerato da molti critici particolarmente incisivo, tanto da essere paragonato alla conclusione del racconto di Ulisse (Inf., XXVI, 142): "infin che 'l mar fu sovra noi richiuso". Il verbo "salsi" (v. 135) è una forma contratta di "sallosi" e significa "lo sa". Alcuni manoscritti leggono "disposata" al verso 136, che darebbe la frase: "colui che mi aveva sposata dopo che ero stata già inanellata", indicando un secondo matrimonio (non abbiamo informazioni certe su un primo matrimonio di Pia); tuttavia, la lettura del testo originale, che unisce i termini "disporre" e "inanellare", sembra più probabile, poiché questi erano i due atti distinti della cerimonia religiosa: il primo indicava la volontà di sposarsi, il secondo era il gesto simbolico dell'anello.

Fonti: libri scolastici superiori

0 commenti

Nessun commento. Se qualcosa non ti torna o vuoi aggiungere un pezzo, scrivi tu il primo.

Vuoi commentare? Serve un account: si fa in trenta secondi e non chiediamo conferme via email.

Crea un account Ho già un account