Parafrasi e Analisi: "Canto IV" - Inferno - Divina Commedia - Dante Alighieri


Immagine Dante Alighieri
1) Scheda dell'Opera
2) Introduzione
3) Testo e Parafrasi
4) Riassunto
5) Figure Retoriche
6) Personaggi Principali
7) Temi Principali
8) Analisi ed Interpretazioni
9) Passi Controversi

Scheda dell'Opera



Autore: Dante Alighieri
Prima Edizione dell'Opera: 1321
Genere: Poema
Forma metrica: Costituita da tre versi di endecasillabi. Il primo e il terzo rimano tra loro, il secondo rima con il primo e il terzo della terzina successiva.


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Introduzione



Il Canto IV è il canto del Limbo, cioè del primo cerchio dell'Inferno. Dante si sveglia di colpo per un tuono e si accorge di essere già dall'altra parte del fiume Acheronte: era svenuto alla fine del canto precedente e non sa dire come sia passato. Da questo momento in poi il viaggio vero e proprio è cominciato.

Il Limbo non assomiglia a nessun altro luogo dell'Inferno. Non ci sono diavoli, non ci sono tormenti fisici, non ci sono urla: c'è solo un rumore di sospiri che fa tremare l'aria. Qui stanno le anime che non hanno colpe personali ma che non hanno ricevuto il battesimo: i bambini morti appena nati, e gli uomini e le donne vissuti prima di Cristo. La loro pena è tutta interiore e Dante la chiude in un verso solo, il più famoso del canto: "sanza speme vivemo in disio" (v. 42). Desiderano Dio per sempre, sapendo per sempre che non lo vedranno. Anche Virgilio è uno di loro, e lo ammette con una frase asciutta e amara: "e di questi cotai son io medesmo" (v. 39).

Il canto ha poi due momenti che ogni studente si ricorda:

La "bella scola" dei poeti: quattro grandi poeti antichi – Omero, Orazio, Ovidio e Lucano – vengono incontro a Virgilio per festeggiare il suo ritorno, e poi accolgono Dante nel loro gruppo. Dante lo scrive senza nascondersi: "sì ch'io fui sesto tra cotanto senno" (v. 102).
Il nobile castello: un edificio circondato da sette mura e da un fiumicello, illuminato in mezzo al buio, dove vivono gli "spiriti magni". Sono eroi ed eroine del mito e della storia (Ettore, Enea, Cesare, Camilla, il Saladino) e poi filosofi, matematici e medici, con Aristotele al centro, chiamato "il maestro di color che sanno".

Il canto quindi fa due cose insieme: risolve un problema religioso scomodo (che fine fa chi è vissuto onestamente ma non ha potuto conoscere Cristo?) e dichiara apertamente quanto Dante debba alla cultura greca e latina. Alla fine la compagnia si scioglie, Virgilio riprende il cammino con Dante e i due lasciano la luce del castello per rientrare nel buio.

Curiosità:

Dante non sapeva il greco e non aveva mai letto l'Iliade e l'Odissea: conosceva Omero solo per fama e attraverso le citazioni degli autori latini. Eppure lo mette davanti a tutti gli altri, con la spada in mano, come capo della compagnia. È il segno di quanto contasse, nel Medioevo, la reputazione di un autore anche quando i suoi libri erano irreperibili.


Testo e Parafrasi



TestoParafrasi
Ruppemi l'alto sonno ne la testa
un greve truono, sì ch'io mi riscossi
come persona ch'è per forza desta;
Un tuono pesante mi ruppe dentro la testa
il sonno profondo, tanto che sobbalzai
come chi viene svegliato di forza;
e l'occhio riposato intorno mossi,
dritto levato, e fiso riguardai
per conoscer lo loco dov'io fossi.
e mi guardai intorno con l'occhio ormai riposato,
alzandomi in piedi, e osservai con attenzione
per capire in che luogo mi trovassi.
Vero è che 'n su la proda mi trovai
de la valle d'abisso dolorosa
che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.
Il fatto è che mi ritrovai sull'orlo
della valle dell'abisso piena di dolore,
che raccoglie in un unico rimbombo urla infinite.
Oscura e profonda era e nebulosa
tanto che, per ficcar lo viso a fondo,
io non vi discernea alcuna cosa.
Era così buia, profonda e piena di nebbia
che, per quanto sforzassi lo sguardo verso il fondo,
non riuscivo a distinguere niente.
"Or discendiam qua giù nel cieco mondo",
cominciò il poeta tutto smorto.
"Io sarò primo, e tu sarai secondo".
"Adesso scendiamo laggiù, nel mondo cieco",
cominciò a dire il poeta [Virgilio], pallidissimo in volto.
"Io andrò per primo, e tu verrai dietro di me".
E io, che del color mi fui accorto,
dissi: "Come verrò, se tu paventi
che suoli al mio dubbiare esser conforto?".
E io, che avevo notato il suo colore,
dissi: "Come faccio a venire, se hai paura proprio tu,
che di solito mi rassicuri quando sono in dubbio?".
Ed elli a me: "L'angoscia de le genti
che son qua giù, nel viso mi dipigne
quella pietà che tu per tema senti.
Ed egli a me: "È l'angoscia della gente
che sta quaggiù a dipingermi in faccia
quella pietà che tu scambi per paura.
Andiam, ché la via lunga ne sospigne".
Così si mise e così mi fé intrare
nel primo cerchio che l'abisso cigne.
Andiamo, che la strada da fare è lunga e ci mette fretta".
Così si mosse e così mi fece entrare
nel primo cerchio che circonda l'abisso.
Quivi, secondo che per ascoltare,
non avea pianto mai che di sospiri
che l'aura etterna facevan tremare;
Lì, per quanto si poteva sentire,
non c'era altro pianto che quello dei sospiri,
i quali facevano tremare l'aria eterna;
ciò avvenia di duol sanza martìri,
ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,
d'infanti e di femmine e di viri.
e questo nasceva da un dolore senza tormenti fisici,
provato dalle folle, numerose e imponenti,
di bambini, di donne e di uomini.
Lo buon maestro a me: "Tu non dimandi
che spiriti son questi che tu vedi?
Or vo' che sappi, innanzi che più andi,
Il mio buon maestro mi disse: "Non mi domandi
chi sono gli spiriti che stai vedendo?
Voglio che tu lo sappia prima di andare oltre:
ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,
non basta, perché non ebber battesmo,
ch'è porta de la fede che tu credi;
costoro non hanno peccato; e anche se hanno dei meriti,
non basta, perché non ricevettero il battesimo,
che è la porta d'ingresso della fede in cui tu credi;
e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,
non adorar debitamente a Dio:
e di questi cotai son io medesmo.
e se vissero prima del cristianesimo,
non adorarono Dio nel modo giusto:
e io stesso sono uno di questi.
Per tai difetti, non per altro rio,
semo perduti, e sol di tanto offesi
che sanza speme vivemo in disio".
Per queste mancanze, non per altre colpe,
siamo dannati, e la nostra unica pena è questa:
viviamo nel desiderio [di Dio] senza speranza [di raggiungerlo]".
Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,
però che gente di molto valore
conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.
Provai un forte dolore al cuore quando lo capii,
perché riconobbi che in quel Limbo
stavano sospese persone di grandissimo valore.
"Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore",
comincia' io per volere esser certo
di quella fede che vince ogne errore:
"Dimmi, maestro mio, dimmi, mio signore",
cominciai, perché volevo essere sicuro
di quella fede che sconfigge ogni errore:
"uscicci mai alcuno, o per suo merto
o per altrui, che poi fosse beato?".
E quei che 'ntese il mio parlar coverto,
"uscì mai qualcuno da qui, per meriti suoi
o per meriti di un altro, e poi divenne beato?".
E lui, che capì il senso nascosto della mia domanda,
rispuose: "Io era nuovo in questo stato,
quando ci vidi venire un possente,
con segno di vittoria coronato.
rispose: "Ero arrivato da poco in questa condizione,
quando vidi venire qui un potente [Cristo],
incoronato con il segno della vittoria.
Trasseci l'ombra del primo parente,
d'Abèl suo figlio e quella di Noè,
di Moïsè legista e ubidente;
Portò via da qui l'anima del primo padre [Adamo],
quella di suo figlio Abele e quella di Noè,
di Mosè, che diede le leggi e obbedì a Dio;
Abraàm patrïarca e Davìd re,
Israèl con lo padre e co' suoi nati
e con Rachele, per cui tanto fé,
il patriarca Abramo e il re Davide,
Giacobbe con suo padre [Isacco] e con i suoi figli
e con Rachele, per la quale lavorò tanti anni,
e altri molti, e feceli beati.
E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,
spiriti umani non eran salvati".
e molti altri ancora, e li rese beati.
E voglio che tu sappia che, prima di loro,
nessuna anima umana era mai stata salvata".
Non lasciavam l'andar perch' ei dicessi,
ma passavam la selva tuttavia,
la selva, dico, di spiriti spessi.
Non smettevamo di camminare mentre lui parlava,
ma intanto continuavamo ad attraversare la selva:
la selva, intendo dire, fitta di anime.
Non era lunga ancor la nostra via
di qua dal sonno, quand'io vidi un foco
ch'emisperio di tenebre vincia.
Non avevamo ancora fatto molta strada
da quando mi ero svegliato, quando vidi un fuoco
che vinceva una zona di tenebre.
Di lungi n'eravamo ancora un poco,
ma non sì ch'io non discernessi in parte
ch'orrevol gente possedea quel loco.
Ne eravamo ancora un po' lontani,
ma non tanto da impedirmi di intuire in parte
che quel luogo era abitato da gente degna di onore.
"O tu ch'onori scïenzïa e arte,
questi chi son c'hanno cotanta onranza,
che dal modo de li altri li diparte?".
"O tu che dai lustro alla conoscenza e all'arte,
chi sono costoro, che ricevono un onore così grande
da tenerli separati dalla condizione di tutti gli altri?".
E quelli a me: "L'onrata nominanza
che di lor suona sù ne la tua vita,
grazïa acquista in ciel che sì li avanza".
Ed egli a me: "La fama onorata
che ancora si sente parlare di loro lassù, tra i vivi,
ottiene in cielo un favore che li fa stare più avanti".
Intanto voce fu per me udita:
"Onorate l'altissimo poeta;
l'ombra sua torna, ch'era dipartita".
Nel frattempo io sentii una voce:
"Rendete onore al poeta altissimo;
la sua ombra, che se n'era andata, sta tornando".
Poi che la voce fu restata e queta,
vidi quattro grand'ombre a noi venire:
sembianz'avevan né trista né lieta.
Dopo che la voce si fermò e tacque,
vidi venire verso di noi quattro grandi ombre:
avevano un'espressione né triste né allegra.
Lo buon maestro cominciò a dire:
"Mira colui con quella spada in mano,
che vien dinanzi ai tre sì come sire:
Il mio buon maestro cominciò a dire:
"Guarda quello con la spada in mano,
che cammina davanti agli altri tre come un signore:
quelli è Omero poeta sovrano;
l'altro è Orazio satiro che vene;
Ovidio è 'l terzo, e l'ultimo Lucano.
quello è Omero, poeta supremo;
l'altro che viene è Orazio, autore di satire;
il terzo è Ovidio, e l'ultimo è Lucano.
Però che ciascun meco si convene
nel nome che sonò la voce sola,
fannomi onore, e di ciò fanno bene".
Poiché ciascuno di loro condivide con me
il titolo di poeta gridato da quella voce,
mi rendono onore, e in questo fanno bene".
Così vid'i' adunar la bella scola
di quel segnor de l'altissimo canto
che sovra li altri com'aquila vola.
Vidi così radunarsi la bella scuola
di quel signore della poesia più alta [Omero],
che vola sopra gli altri come un'aquila.
Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,
volsersi a me con salutevol cenno,
e 'l mio maestro sorrise di tanto;
Dopo che ebbero conversato un po' tra loro,
si voltarono verso di me con un cenno di saluto,
e il mio maestro sorrise di questo;
e più d'onore ancora assai mi fenno,
ch'e' sì mi fecer de la loro schiera,
sì ch'io fui sesto tra cotanto senno.
e mi fecero un onore ancora molto più grande,
perché mi accolsero nel loro gruppo,
tanto che io fui il sesto in mezzo a tanta sapienza.
Così andammo infino a la lumera,
parlando cose che 'l tacere è bello,
sì com'era 'l parlar colà dov'era.
Camminammo così fino alla fonte di luce,
parlando di cose che qui è bello tacere,
tanto quanto là era bello parlarne.
Venimmo al piè d'un nobile castello,
sette volte cerchiato d'alte mura,
difeso intorno d'un bel fiumicello.
Arrivammo ai piedi di un nobile castello,
circondato sette volte da alte mura
e protetto tutt'intorno da un bel fiumicello.
Questo passammo come terra dura;
per sette porte intrai con questi savi:
giugnemmo in prato di fresca verdura.
Attraversammo il fiume come se fosse terra solida;
entrai per sette porte insieme a quei sapienti:
arrivammo in un prato di erba fresca.
Genti v'eran con occhi tardi e gravi,
di grande autorità ne' lor sembianti:
parlavan rado, con voci soavi.
Lì c'erano persone dallo sguardo lento e serio,
con un'aria di grande autorità sul volto:
parlavano di rado, con voci pacate.
Traemmoci così da l'un de' canti,
in loco aperto, luminoso e alto,
sì che veder si potien tutti quanti.
Ci spostammo dunque da un lato,
in uno spazio aperto, luminoso e rialzato,
in modo da poterli vedere tutti quanti.
Colà diritto, sovra 'l verde smalto,
mi fuor mostrati li spiriti magni,
che del vedere in me stesso m'essalto.
Proprio lì, sopra quel verde smaltato,
mi furono mostrati gli spiriti magni:
ancora adesso mi esalto dentro di me per averli visti.
I' vidi Eletra con molti compagni,
tra ' quai conobbi Ettòr ed Enea,
Cesare armato con li occhi grifagni.
Io vidi Elettra con molti compagni,
tra i quali riconobbi Ettore ed Enea,
e Cesare in armi, con gli occhi da rapace.
Vidi Cammilla e la Pantasilea;
da l'altra parte vidi 'l re Latino
che con Lavina sua figlia sedea.
Vidi Camilla e Pentesilea;
dall'altro lato vidi il re Latino,
che sedeva insieme a sua figlia Lavinia.
Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,
Lucrezia, Iulia, Marzïa e Corniglia;
e solo, in parte, vidi 'l Saladino.
Vidi quel Bruto che cacciò [il re] Tarquinio,
e poi Lucrezia, Giulia, Marzia e Cornelia;
e in disparte, da solo, vidi il Saladino.
Poi ch'innalzai un poco più le ciglia,
vidi 'l maestro di color che sanno
seder tra filosofica famiglia.
Poi, alzando un po' di più lo sguardo,
vidi il maestro di quelli che sanno [Aristotele]
seduto in mezzo alla famiglia dei filosofi.
Tutti lo miran, tutti onor li fanno:
quivi vid'ïo Socrate e Platone,
che 'nnanzi a li altri più presso li stanno;
Tutti lo guardano, tutti gli rendono onore:
lì io vidi Socrate e Platone,
che gli stanno più vicini di tutti gli altri;
Democrito, che 'l mondo a caso pone,
Dïogenès, Anassagora e Tale,
Empedoclès, Eraclito e Zenone;
Democrito, che sostiene che il mondo nasce dal caso,
Diogene, Anassagora e Talete,
Empedocle, Eraclito e Zenone;
e vidi il buono accoglitor del quale,
Dïascoride dico; e vidi Orfeo,
Tulïo e Lino e Seneca morale;
e vidi il bravo studioso delle proprietà [delle piante],
intendo dire Dioscoride; e vidi Orfeo,
Cicerone e Lino, e Seneca il moralista;
Euclide geomètra e Tolomeo,
Ipocràte, Avicenna e Galïeno,
Averoìs, che 'l gran comento feo.
Euclide il geometra e Tolomeo,
Ippocrate, Avicenna e Galeno,
Averroè, che scrisse il grande commento [ad Aristotele].
Io non posso ritrar di tutti a pieno,
però che sì mi caccia il lungo tema,
che molte volte al fatto il dir vien meno.
Non riesco a descriverli tutti fino in fondo,
perché l'ampiezza dell'argomento mi incalza a tal punto
che spesso le parole non bastano a raccontare i fatti.
La sesta compagnia in due si scema:
per altra via mi mena il savio duca,
fuor de la queta, ne l'aura che trema.
Il gruppo di sei si riduce a due:
la mia saggia guida mi porta per un'altra strada,
fuori dall'aria tranquilla, dentro l'aria che trema.
E vegno in parte ove non è che luca. E arrivo in un luogo dove non c'è niente che faccia luce.



Riassunto



Versi 1-24: Un tuono violento sveglia Dante, che alla fine del canto precedente era svenuto. Si alza e si accorge di trovarsi sull'orlo del baratro infernale: ha attraversato l'Acheronte senza rendersene conto. Guarda giù, ma il fondo è talmente buio e nebbioso che non distingue niente. Virgilio, pallidissimo, gli propone di scendere e si mette per primo. Dante nota quel pallore e si spaventa; Virgilio spiega che sul suo viso non c'è paura ma pietà per le anime di quel luogo. Entrano così nel primo cerchio.
Versi 25-45: Nel primo cerchio non si sentono lamenti, ma solo sospiri che fanno vibrare l'aria: è un dolore senza tormenti fisici, quello di una folla immensa di bambini, donne e uomini. Virgilio spiega chi sono: anime che non hanno peccato, ma che non hanno ricevuto il battesimo, oppure che sono vissute prima di Cristo e non hanno potuto adorare Dio nel modo giusto. Per questo motivo, e per nessun altro, sono perdute: vivono desiderando Dio senza poter sperare di vederlo. E Virgilio aggiunge di essere uno di loro. Dante prova un dolore grandissimo, perché capisce quante persone di valore siano ferme lì.
Versi 46-63: Dante fa a Virgilio una domanda formulata con prudenza: qualcuno è mai uscito dal Limbo per diventare beato? Vuole in realtà una conferma di un punto della fede cristiana, cioè la discesa di Cristo agli inferi. Virgilio, che coglie il senso nascosto della domanda, risponde di sì: poco dopo il suo arrivo vide venire un "potente" incoronato dal segno della vittoria, che portò via con sé Adamo, Abele, Noè, Mosè, Abramo, Davide, Giacobbe con la sua famiglia e molti altri. Prima di quel momento, precisa, nessuna anima umana era stata salvata.
Versi 64-105: I due continuano a camminare attraverso la folla fittissima di anime, finché Dante vede una luce che si apre nel buio, e capisce che lì abita gente degna di onore. Virgilio spiega che è la fama conservata sulla terra a procurare loro quel privilegio. Una voce annuncia il ritorno di Virgilio e quattro grandi ombre si avvicinano: sono Omero, con la spada in mano, Orazio, Ovidio e Lucano. Dopo aver parlato fra loro, i quattro salutano Dante e lo accolgono nel gruppo: Dante diventa il sesto di quella compagnia straordinaria. Camminano insieme verso la luce, parlando di cose che il poeta preferisce non riferire.
Versi 106-129: Arrivano a un nobile castello circondato da sette mura e da un fiumicello, che attraversano come se fosse terra asciutta. Passate le sette porte, entrano in un prato verde dove stanno gli "spiriti magni": persone dallo sguardo grave e autorevole, che parlano poco e a bassa voce. Dante ne elenca alcuni: Elettra, Ettore, Enea, Cesare, Camilla, Pentesilea, il re Latino con la figlia Lavinia, Bruto, Lucrezia, Giulia, Marzia, Cornelia e, in disparte, il Saladino.
Versi 130-151: Alzando lo sguardo, Dante vede Aristotele, "il maestro di color che sanno", seduto in mezzo agli altri filosofi che gli rendono omaggio: Socrate e Platone gli stanno più vicini, e intorno ci sono Democrito, Diogene, Anassagora, Talete, Empedocle, Eraclito, Zenone, e poi Dioscoride, Orfeo, Cicerone, Lino, Seneca, Euclide, Tolomeo, Ippocrate, Avicenna, Galeno e Averroè. Dante ammette di non poterli nominare tutti, perché il racconto lo incalza. La compagnia di sei si scioglie: Virgilio riprende il cammino con lui, lasciano l'aria tranquilla del castello e rientrano nel buio, dove non c'è più nessuna luce.

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Figure Retoriche



1-2. «Ruppemi l'alto sonno ne la testa / un greve truono»: Anastrofe (il soggetto "truono" arriva dopo il verbo e dopo il complemento oggetto), che ricrea l'effetto del risveglio improvviso.
3. «come persona ch'è per forza desta»: Similitudine.
8. «valle d'abisso dolorosa»: Enallage (l'aggettivo "dolorosa" è riferito alla valle, ma il dolore è quello delle anime).
13. «cieco mondo»: Metafora per indicare l'Inferno, luogo dove non si vede nulla.
15. «Io sarò primo, e tu sarai secondo»: Parallelismo.
27. «l'aura etterna»: Perifrasi per indicare l'aria dell'Inferno, che non cambia mai.
30. «d'infanti e di femmine e di viri»: Polisindeto (la ripetizione della "e" allunga il verso e dà l'idea di una folla sterminata).
42. «sanza speme vivemo in disio»: Ossimoro (desiderio e assenza di speranza sono messi insieme): è la definizione della pena del Limbo.
53-54. «un possente, / con segno di vittoria coronato»: Perifrasi per indicare Cristo, il cui nome nell'Inferno non viene mai pronunciato.
55. «l'ombra del primo parente»: Perifrasi per indicare Adamo.
59. «Israèl con lo padre e co' suoi nati»: Perifrasi per indicare Giacobbe (chiamato con il nome che Dio gli diede) e la sua famiglia.
65-66. «la selva tuttavia, / la selva, dico, di spiriti spessi»: Anadiplosi (la parola finale del verso apre il verso successivo).
69. «emisperio di tenebre»: Metafora.
87. «che vien dinanzi ai tre sì come sire»: Similitudine.
96. «che sovra li altri com'aquila vola»: Similitudine.
102. «sesto tra cotanto senno»: Metonimia (l'astratto "senno" al posto delle persone sapienti).
104. «parlando cose che 'l tacere è bello»: Reticenza (Dante fa capire che c'è un contenuto ma sceglie di non dirlo).
112. «occhi tardi e gravi»: Dittologia.
118. «verde smalto»: Metafora (il prato è compatto e brillante come uno smalto).
123. «occhi grifagni»: Metafora tratta dal linguaggio della falconeria (occhi da uccello rapace).
131. «maestro di color che sanno»: Perifrasi per indicare Aristotele.
139-140. «il buono accoglitor del quale, / Dïascoride dico»: Perifrasi per indicare Dioscoride, che raccolse le proprietà curative delle piante.
144. «'l gran comento»: Perifrasi per indicare il commento di Averroè alle opere di Aristotele.
150. «fuor de la queta, ne l'aura che trema»: Antitesi fra la calma del Limbo e l'agitazione dei cerchi successivi.


Personaggi Principali



Il Canto IV è, insieme al canto di Ulisse, uno dei più affollati dell'Inferno: Dante nomina una trentina di persone in poche terzine. Conviene però distinguere i pochi personaggi che agiscono davvero dalla lunga lista di nomi che serve a costruire l'atmosfera del luogo.

Virgilio: Guida e abitante del Limbo
In questo canto Virgilio ha una posizione scomoda: è la guida che spiega tutto, ma è anche uno dei condannati di cui sta parlando. Lo dice lui stesso al verso 39 ("e di questi cotai son io medesmo"), con una frase breve e senza autocommiserazione, subito dopo aver elencato i motivi della condanna. Il suo pallore all'inizio del canto (v. 14) non è paura, come crede Dante, ma pietà: sta tornando a casa propria. Nella seconda parte del canto Virgilio cambia registro e diventa il poeta festeggiato dai colleghi, quello per il cui ritorno una voce chiede onore. È uno dei rari momenti in cui la Commedia ci mostra Virgilio contento.

Omero, Orazio, Ovidio e Lucano: La "bella scola"
I quattro poeti antichi rappresentano i quattro generi che Dante considerava fondamentali: l'epica (Omero), la satira (Orazio), la poesia mitologica e amorosa (Ovidio), la poesia storica (Lucano). Omero cammina davanti agli altri con una spada in mano, segno che la sua materia è la guerra e che il suo primato non si discute. Fanno gruppo con Virgilio e accolgono Dante come sesto: è il modo in cui Dante dichiara a quale tradizione appartiene la Commedia.

Gli "spiriti magni": Gli eroi e le eroine
Dentro il castello Dante mette soprattutto figure legate a Troia e a Roma, perché è quella la linea storica che a lui interessa: Ettore ed Enea, Elettra (che secondo il mito è la madre di Dardano, fondatore della stirpe troiana), Cesare, le guerriere Camilla e Pentesilea, il re Latino con la figlia Lavinia. Accanto a loro compaiono figure romane legate all'idea di libertà e di virtù civile: Bruto, che cacciò l'ultimo re di Roma, Lucrezia, Giulia, Marzia e Cornelia. Non sono personaggi che parlano: servono a dare l'idea di una nobiltà silenziosa e composta, l'esatto contrario del caos che Dante troverà nei cerchi successivi.

Aristotele: Il maestro di color che sanno
Aristotele non viene chiamato per nome: Dante lo indica con una perifrasi che nel Medioevo bastava a tutti, perché era "il Filosofo" per definizione. Siede più in alto degli altri e tutti lo guardano. Intorno a lui ci sono i filosofi greci, i medici (Ippocrate, Galeno) e i matematici (Euclide, Tolomeo). Socrate e Platone sono i più vicini, ma non i primi: la gerarchia rispecchia il pensiero universitario del Duecento, in cui Aristotele era la base di ogni ragionamento.

Il Saladino, Avicenna e Averroè: I tre musulmani
Sono la presenza più sorprendente del canto. Il Saladino, sultano d'Egitto e di Siria morto nel 1193, era stato l'avversario dei crociati, eppure in Europa aveva fama di uomo generoso e leale; Dante lo colloca "solo, in parte", cioè in disparte, con un misto di rispetto e di distanza. Avicenna e Averroè erano invece due filosofi e medici arabi studiatissimi nelle università italiane. Tutti e tre sono vissuti molto dopo Cristo: metterli nel Limbo, e non nei cerchi bassi, è una scelta di Dante che colpì già i suoi primi lettori.


Temi Principali



Il desiderio senza speranza
È il tema che tiene insieme tutto il canto. La pena del Limbo non è un castigo che si vede: è un'assenza. Le anime desiderano Dio come ogni essere umano, ma sanno che quel desiderio non sarà mai soddisfatto. Dante la chiama, con un'espressione tecnica della teologia, una condizione di anime "sospese": non salve e non torturate, ferme. Chi legge oggi può riconoscerci una definizione molto moderna della malinconia.

La giustizia divina e i suoi limiti umani
Dante prende sul serio la regola secondo cui senza battesimo non si entra in Paradiso, ma non nasconde che quella regola gli fa male: al verso 43 dice esplicitamente che gli prese "gran duol" al cuore. Non discute, non protesta, ma lascia il problema aperto. È lo stesso problema che tornerà nel Paradiso, dove Dante si chiederà che colpa abbia un uomo nato sulle rive dell'Indo che non ha mai sentito parlare di Cristo.

Il valore della cultura antica
Il castello illuminato in mezzo al buio è il modo in cui Dante dice che la sapienza umana, da sola, produce una luce vera ma limitata: rischiara un pezzo di tenebre, non le elimina. È un giudizio doppio, di ammirazione e di malinconia, sulla filosofia e sulla poesia pagane.

La fama
Al verso 76 Virgilio afferma una cosa importante: è la buona reputazione che questi spiriti si sono lasciati alle spalle sulla terra a procurare loro un trattamento di favore in cielo. Nel Limbo, dove non c'è nient'altro, la fama diventa quasi una forma di sopravvivenza. Attenzione però: la fama qui migliora la condizione, non salva. La differenza è tutta lì.

Dante e il proprio posto nella letteratura
Farsi accogliere come sesto fra i cinque poeti più grandi che conosce è una dichiarazione fortissima per un autore che, nel 1300, aveva scritto quasi solo poesie d'amore. Il canto funziona quindi anche come una specie di programma: la Commedia vuole stare accanto all'Eneide e all'Iliade, non accanto alle canzoni dei suoi contemporanei.

Il silenzio e la misura
Vale la pena notare il modo in cui è scritto il canto. Nel terzo canto c'erano grida, bestemmie, mani che picchiavano; qui ci sono sospiri, voci basse, sguardi lenti, persone che "parlavan rado". Anche lo stile diventa più solenne e più calmo. Il contrasto è voluto: quando alla fine i due escono, l'aria torna a tremare.


Analisi ed Interpretazioni



Un cerchio infernale senza tormenti

Il Limbo rompe subito lo schema che il lettore si aspetta. Non c'è un contrappasso fatto di fuoco, vento o pioggia: la pena consiste in ciò che manca. Le anime hanno tutto quello che si può avere senza Dio – dignità, sapienza, bellezza del luogo – e proprio per questo la loro mancanza è più evidente. La teologia del tempo distingueva due tipi di pena per i dannati: la "pena del danno", cioè l'esclusione dalla visione di Dio, e la "pena del senso", cioè la sofferenza fisica. Nel Limbo esiste solo la prima. Vale la pena osservare che questa è, per un cristiano medievale, la pena peggiore: Dante la mette in un luogo tranquillo proprio per farla notare meglio.

Il Limbo di Dante è in parte un'invenzione

La teologia cattolica del Duecento parlava di un "limbo dei bambini" per chi moriva senza battesimo prima di poter peccare. Dante lo accetta, ma ci aggiunge una categoria che nei manuali non c'era in questa forma: gli adulti virtuosi vissuti prima di Cristo o fuori dal cristianesimo, cioè poeti, filosofi, scienziati, eroi. È una scelta personale, che gli serve per dare un posto dignitoso alla cultura classica senza contraddire apertamente la dottrina. La contraddizione però resta, e si vede: tre dei suoi abitanti (il Saladino, Avicenna, Averroè) sono vissuti secoli dopo la predicazione cristiana.

"Sesto tra cotanto senno": presunzione o programma?

Il verso 102 è quello su cui gli studenti si fermano sempre: come si permette Dante di mettersi accanto a Omero e Virgilio? Ci sono due modi di leggerlo, e conviene tenerli insieme. Il primo è che si tratta effettivamente di un'affermazione di orgoglio, coerente con un autore che si sente investito di una missione. Il secondo è che la scena serva a definire il genere della Commedia: Dante sta dicendo al lettore che quello che ha in mano non è un canzoniere d'amore ma un poema, e va letto con gli strumenti con cui si legge l'epica. Da notare anche che Dante non si mette primo: si mette ultimo dei sei, ed è comunque un modo di stare dentro alla lista.

Il castello, le sette mura e il fiumicello

Il nobile castello è la parte più allegorica del canto, e nessuna interpretazione è definitiva. Le letture più diffuse sono due. Le sette mura rappresenterebbero le virtù raggiungibili senza la fede: le quattro cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) e le tre intellettuali; le sette porte sarebbero invece le arti liberali studiate nelle scuole medievali (grammatica, dialettica, retorica; aritmetica, geometria, musica, astronomia). Il fiumicello, attraversato "come terra dura", indicherebbe gli ostacoli materiali della vita, che chi ha una mente forte supera senza fatica; altri vi leggono l'eloquenza. Quello che conta, al di là dell'etichetta, è il senso complessivo: si arriva al castello con lo studio e con la ragione, e la luce che ci si trova dentro è tutta e sola quella prodotta dall'ingegno umano.

Una lista che non è un elenco a caso

La rassegna degli spiriti magni sembra un catalogo, ma è ordinata. Prima gli eroi, cioè la storia di Troia che diventa storia di Roma (Ettore, Enea, Cesare): è la linea che secondo Dante porta all'Impero, istituzione voluta da Dio. Poi le figure femminili e i romani della libertà repubblicana. Infine, e in posizione più alta, i filosofi e gli scienziati. L'ordine dice che per Dante il pensiero vale più dell'azione, ma anche che Roma occupa un posto centrale nel disegno provvidenziale. Da segnalare, fra i nomi, Marzia, moglie di Catone l'Uticense: Dante la nominerà di nuovo nel primo canto del Purgatorio, quando Catone comparirà come custode di quella cantica.


Passi Controversi



Ai versi 1-3, il "greve truono" che sveglia Dante non è mai stato spiegato in modo definitivo. Alcuni lo collegano al terremoto e al lampo rosso che alla fine del Canto III lo avevano fatto svenire; altri pensano che sia il rimbombo dei lamenti che salgono dall'abisso, descritto poco dopo al verso 9. Resta il fatto che Dante non racconta come abbia attraversato l'Acheronte: il vuoto narrativo è voluto e lascia sospeso il dubbio se il passaggio sia avvenuto per intervento soprannaturale.

Al verso 45, la parola "sospesi" riprende un termine già usato nel Canto II (v. 52), quando Virgilio diceva di trovarsi "tra color che son sospesi". Indica una condizione intermedia, senza premio e senza tormento, ed è la definizione più precisa che Dante dia del Limbo.

Ai versi 46-51, la domanda di Dante è definita "parlar coverto", cioè coperto, indiretto. Perché non chiede apertamente? Le spiegazioni sono due: o per delicatezza verso Virgilio, che di quella liberazione è rimasto escluso, oppure perché l'episodio della discesa di Cristo agli inferi era materia di fede e Dante voleva sentirselo confermare da un testimone. Coerente con questa cautela è la scelta di indicare Cristo con la perifrasi "un possente" (v. 53): nell'Inferno il nome di Cristo non compare mai.

Al verso 68, l'espressione "di qua dal sonno" è discussa. Può avere un senso temporale ("da quando mi sono svegliato") o un senso spaziale ("da questa parte rispetto al punto in cui mi addormentai"). Le due letture non cambiano la sostanza, ma la prima è oggi la più accolta.

Al verso 69, "ch'emisperio di tenebre vincia" ammette due interpretazioni opposte: che la luce vincesse una porzione di tenebre, illuminandola; oppure che le tenebre circondassero e in qualche modo contenessero quella zona di luce. La prima è più naturale grammaticalmente, ma la seconda rende bene l'idea di una luce piccola e assediata dal buio.

Al verso 86, la spada in mano a Omero è stata letta in vari modi: come simbolo della poesia epica, che canta le guerre; come segno del suo primato sugli altri tre poeti; oppure come richiamo alla tradizione che faceva di lui un cantore di eroi armati. Le tre spiegazioni non si escludono.

Al verso 95, l'espressione "di quel segnor de l'altissimo canto" si riferisce quasi certamente a Omero, indicato come capo e maestro degli altri poeti. Qualche commentatore antico l'ha riferita a Virgilio, ma l'ordine del racconto rende questa lettura poco probabile.

Al verso 104, "parlando cose che 'l tacere è bello" è una delle reticenze più famose del poema. Di che cosa hanno parlato i sei poeti? Dante non lo dice. Molti pensano si trattasse di questioni di poetica, fuori luogo in un racconto rivolto a tutti; altri leggono la frase come un modo elegante di non riferire i complimenti ricevuti.

Ai versi 106-111, la descrizione del castello riprende i Campi Elisi dell'Eneide (libro VI), che Dante conosceva benissimo. Il numero sette, ripetuto per le mura e per le porte, ha prodotto molte interpretazioni simboliche (le virtù, le arti liberali, le parti della filosofia) senza che nessuna si sia imposta.

Al verso 121, l'Elettra nominata da Dante non è la protagonista delle tragedie greche, ma la figlia di Atlante e madre di Dardano, il fondatore della stirpe troiana: la scelta si spiega con l'interesse di Dante per la linea che da Troia porta a Roma. Allo stesso modo, il Bruto del verso 127 è Lucio Giunio Bruto, che cacciò i re, e non Marco Giunio Bruto, l'uccisore di Cesare, che si trova invece nell'ultimo cerchio dell'Inferno.

Al verso 129, la posizione del Saladino, "solo, in parte", è il dettaglio più commentato del canto: solo perché non appartiene al mondo classico, ma dentro il castello perché la sua fama di sovrano giusto e generoso era arrivata fino in Italia. Lo stesso ragionamento vale per Avicenna e Averroè ai versi 143-144, presenti nel Limbo pur essendo vissuti dopo Cristo: Dante riconosce il loro peso nella cultura del suo tempo, dato che l'insegnamento universitario di medicina e di filosofia si reggeva sulle loro opere.

Al verso 136, la definizione di Democrito, "che 'l mondo a caso pone", riassume in modo molto sbrigativo la teoria atomistica: Dante la conosceva probabilmente per via indiretta, attraverso i commenti scolastici, e la cita come esempio di errore filosofico senza per questo escludere il suo autore dal castello.

Al verso 141, l'aggettivo "morale" attribuito a Seneca fa discutere: serve solo a indicare le sue opere filosofiche, oppure a distinguerlo da un secondo Seneca autore di tragedie, come alcuni nel Medioevo credevano? La seconda ipotesi è plausibile, perché quella distinzione circolava ai tempi di Dante.

Fonti: libri scolastici superiori

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