Parafrasi e Analisi: "Canto III" - Inferno - Divina Commedia - Dante Alighieri


Immagine Dante Alighieri
1) Scheda dell'Opera
2) Introduzione
3) Testo e Parafrasi
4) Riassunto
5) Figure Retoriche
6) Personaggi Principali
7) Temi Principali
8) Analisi ed Interpretazioni
9) Passi Controversi

Scheda dell'Opera



Autore: Dante Alighieri
Prima Edizione dell'Opera: 1321
Genere: Poema
Forma metrica: Costituita da tre versi di endecasillabi. Il primo e il terzo rimano tra loro, il secondo rima con il primo e il terzo della terzina successiva.


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Introduzione



Il Canto III è il canto in cui l'Inferno comincia davvero. Nei primi due canti Dante si era smarrito nella selva, aveva incontrato Virgilio e aveva esitato a partire; qui i due poeti varcano la soglia e il viaggio entra nel vivo. Non a caso il canto si apre con una porta e con una scritta che tutti conoscono almeno per metà: "Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate". È il verso più citato della Commedia, e vale la pena capire da dove viene invece di ripeterlo e basta.

Il canto è costruito su quattro momenti ben distinti:

L'iscrizione sulla porta (vv. 1-21): la porta parla in prima persona e si presenta come opera della giustizia di Dio. Dante non capisce e si spaventa; Virgilio gli intima di lasciare fuori ogni paura e lo prende per mano.
Il vestibolo degli ignavi (vv. 22-69): appena entrati, prima ancora del vero Inferno, Dante trova le anime di chi in vita "visse sanza 'nfamia e sanza lodo", cioè non scelse mai da che parte stare. Corrono nudi dietro una bandiera che gira a vuoto, punti da mosconi e vespe. Virgilio li liquida con una frase durissima: "non ragioniam di lor, ma guarda e passa".
L'Acheronte e Caronte (vv. 70-129): sulla riva del primo fiume infernale compare Caronte, il vecchio traghettatore preso dalla mitologia classica e trasformato da Dante in un demonio con gli occhi di brace. Caronte respinge Dante perché è vivo; Virgilio lo zittisce con una formula che tornerà più volte nel poema.
Il terremoto e lo svenimento (vv. 130-136): la riva trema, si accende un lampo di luce rossa e Dante perde i sensi. Il canto finisce a metà di una scena, e il lettore non saprà mai come il poeta abbia attraversato il fiume.

Il tema di fondo è uno solo, ed è brutale: nell'Inferno non si torna indietro. Chi entra ha già scelto, o ha scelto di non scegliere, e la scelta è definitiva. Per questo il canto insiste tanto sull'eternità: la porta è eterna, il buio è eterno, le anime non possono nemmeno sperare di morire una seconda volta.


Testo e Parafrasi



TestoParafrasi
«Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l'etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
«Attraversando me si entra nella città del dolore,
attraversando me si entra nella sofferenza eterna,
attraversando me si va tra le anime perdute per sempre.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e 'l primo amore.
Fu la Giustizia a spingere il mio sublime creatore [a farmi];
mi costruirono la potenza divina [il Padre],
la sapienza suprema [il Figlio] e l'amore originario [lo Spirito Santo].
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate».
Prima di me non fu creata nessuna cosa
se non quelle eterne, e anch'io durerò per sempre.
Rinunciate a ogni speranza, voi che entrate».
Queste parole di colore oscuro
vid'ïo scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro».
Vidi queste parole dal significato minaccioso
scritte in cima a una porta;
perciò dissi: «Maestro, il loro senso mi riesce difficile».
Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta.
Ed egli mi rispose, da persona che sa il fatto suo:
«Qui bisogna abbandonare ogni timore;
qui è necessario che ogni forma di viltà sia messa a tacere.
Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto».
Siamo arrivati nel luogo di cui ti ho parlato,
dove vedrai le anime che soffrono,
quelle che hanno perduto Dio, il bene a cui tende l'intelligenza».
E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.
E dopo aver posato la sua mano sulla mia
con espressione serena, cosa che mi rincuorò,
mi fece entrare nel mondo nascosto [dell'Inferno].
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai.
Lì sospiri, pianti e lamenti altissimi
risuonavano nell'aria priva di stelle,
tanto che io, appena entrato, mi misi a piangere.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
Lingue diverse, modi di parlare orribili,
parole di sofferenza, esclamazioni di rabbia,
voci acute e voci roche, e insieme a esse rumore di mani percosse
facevano un tumulto, il qual s'aggira
sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
formavano un frastuono che gira
sempre in quell'aria oscurata per l'eternità,
come la sabbia quando soffia un turbine di vento.
E io ch'avea d'error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent'è che par nel duol sì vinta?».
E io, che avevo la testa avvolta dallo smarrimento,
dissi: «Maestro, che cos'è quello che sento?
e chi è questa gente che sembra così sopraffatta dal dolore?».
Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.
Ed egli a me: «Questa condizione miserabile
tocca alle anime infelici di coloro
che vissero senza meritare né disprezzo né stima.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Sono mescolate a quel gruppo spregevole
di angeli che non si ribellarono [a Dio]
ma nemmeno gli restarono fedeli: pensarono solo a se stessi.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli».
Il Cielo li scaccia per non essere imbruttito da loro,
e neanche l'Inferno vero e proprio li accoglie,
perché i dannati potrebbero vantarsi al confronto con loro».
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
E io: «Maestro, che cosa pesa tanto
su di loro da farli lamentare così forte?».
Rispose: «Te lo dirò in poche parole.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidïosi son d'ogne altra sorte.
Costoro non possono nemmeno sperare di morire,
e la loro esistenza cieca è così misera
che invidiano qualsiasi altro destino.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
Il mondo non lascia sopravvivere nessun ricordo di loro;
la misericordia e la giustizia [divine] li disprezzano allo stesso modo:
non parliamo di loro, dai un'occhiata e tira dritto».
E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea indegna;
E io, che guardai meglio, vidi un'insegna [una bandiera]
che correva girando così veloce
da sembrarmi incapace di concedersi una sola pausa;
e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse disfatta.
e dietro le veniva una fila di gente così lunga
che non avrei mai creduto
che la morte ne avesse consumate così tante.
Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
Dopo che ne ebbi riconosciuto qualcuno,
vidi e riconobbi l'ombra di colui
che per codardia compì il grande rifiuto.
Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici sui.
Immediatamente capii con certezza
che quella era la schiera dei vili,
odiosi a Dio e altrettanto ai nemici di Dio.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi.
Questi disgraziati, che non erano mai stati davvero vivi,
erano nudi e venivano punti di continuo
dai mosconi e dalle vespe che stavano lì.
Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.
Gli insetti facevano colare sangue lungo i loro volti,
e quel sangue, mescolato alle lacrime, ai loro piedi
veniva raccolto da vermi ripugnanti.
E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d'un gran fiume;
per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi
E quando poi mi misi a guardare più in là,
vidi delle persone sulla riva di un grande fiume;
perciò dissi: «Maestro, ora concedimi
ch'i' sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com'i' discerno per lo fioco lume».
di sapere chi sono, e quale regola
le rende così impazienti di attraversare,
per quanto riesco a distinguere in questa luce fioca».
Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d'Acheronte».
Ed egli mi disse: «Le cose ti saranno chiare
quando fermeremo i nostri passi
sulla riva desolata dell'Acheronte».
Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no 'l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi.
Allora, con gli occhi bassi per la vergogna,
temendo che le mie domande gli dessero fastidio,
mi trattenni dal parlare fino al fiume.
Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave!
Ed ecco venire verso di noi su una barca
un vecchio, bianco per i peli incanutiti dall'età,
che gridava: «Guai a voi, anime malvagie!
Non isperate mai veder lo cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.
Non sperate mai più di rivedere il cielo:
io vengo per portarvi all'altra riva,
nel buio eterno, nel caldo e nel gelo.
E tu che se' costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch'io non mi partiva,
E tu che stai lì, anima ancora viva,
allontanati da questi che sono morti».
Ma quando vide che io non me ne andavo,
disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti».
disse: «Passerai per un'altra strada e per altri porti,
arriverai a una spiaggia diversa, non qui:
dovrà portarti una barca più leggera».
E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».
E la mia guida a lui: «Caronte, non arrabbiarti:
così si vuole là dove si può fare
ciò che si vuole, e non fare altre domande».
Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.
A quel punto si placarono le guance pelose
del nocchiero della palude scura,
che intorno agli occhi aveva cerchi di fuoco.
Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che 'nteser le parole crude.
Ma quelle anime, che erano sfinite e nude,
cambiarono colore e batterono i denti,
appena capirono quelle parole spietate.
Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
di lor semenza e di lor nascimenti.
Maledicevano Dio e i propri genitori,
il genere umano, il luogo, il momento e il seme
da cui erano nati e la loro stessa nascita.
Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch'attende ciascun uom che Dio non teme.
Poi si strinsero tutte insieme,
piangendo forte, sulla riva maledetta
che aspetta chiunque non abbia timore di Dio.
Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia.
Caronte, che è un demonio, con gli occhi rossi come brace,
facendo loro cenno, le raduna tutte;
colpisce con il remo chiunque si attardi.
Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie,
Come in autunno le foglie si staccano
una dopo l'altra, finché il ramo
non vede a terra tutto ciò che ha perduto,
similemente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo.
allo stesso modo i discendenti peccatori di Adamo
si gettano da quella spiaggia [nella barca] uno per uno,
ai cenni [di Caronte], come uccelli che rispondono al richiamo.
Così sen vanno su per l'onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s'auna.
Così se ne vanno sull'acqua scura,
e prima ancora che siano sbarcati sull'altra sponda,
di qua si raduna già un nuovo gruppo.
«Figliuol mio», disse 'l maestro cortese,
«quelli che muoion ne l'ira di Dio
tutti convegnon qui d'ogne paese;
«Figlio mio», disse il maestro gentile,
«tutti quelli che muoiono nell'ira di Dio [senza pentirsi]
si radunano qui da ogni parte del mondo;
e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio.
e sono impazienti di attraversare il fiume,
perché la giustizia divina li spinge,
al punto che la paura si trasforma in desiderio.
Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona».
Di qui non passa mai un'anima destinata alla salvezza;
perciò, se Caronte si lamenta di te,
ormai puoi capire bene che cosa significano le sue parole».
Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna.
Appena ebbe finito, la pianura buia
tremò così forte che, al ricordo di quello spavento,
ancora adesso mi bagno di sudore.
La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento;
Dalla terra intrisa di lacrime si alzò un vento
che fece lampeggiare una luce rossa,
la quale annullò ogni mia percezione;
e caddi come l'uom cui sonno piglia. e caddi come cade chi viene preso dal sonno.



Riassunto



Versi 1-21: Il canto si apre senza presentazioni: sono le parole scolpite sopra la porta dell'Inferno a parlare per prime. La porta dichiara di essere stata costruita dalla Trinità per volere della giustizia divina, di esistere da sempre e di durare in eterno, e chiude con l'avvertimento più famoso del poema: chi entra deve rinunciare a ogni speranza. Dante trova quelle parole difficili e minacciose; Virgilio gli spiega che qui bisogna lasciare da parte ogni paura, perché stanno per entrare tra le anime che hanno perduto Dio. Poi gli prende la mano e lo fa passare oltre.
Versi 22-69: Appena dentro, Dante viene travolto da un frastuono insopportabile: urla, pianti, lingue diverse, colpi di mani, tutto mescolato in un turbine che non si ferma mai. Si mette a piangere e chiede a Virgilio chi siano. Sono gli ignavi, quelli che in vita non presero mai posizione, mescolati agli angeli che nella ribellione di Lucifero restarono neutrali. Il Paradiso li rifiuta e l'Inferno vero e proprio non li vuole, perché darebbero ai dannati il gusto di sentirsi superiori a qualcuno. Corrono nudi dietro una bandiera che gira su se stessa senza mai fermarsi, punti da mosconi e vespe; sangue e lacrime colano ai loro piedi, dove vermi schifosi li raccolgono. Fra loro Dante riconosce l'ombra di chi "fece per viltade il gran rifiuto". Virgilio taglia corto: non vale la pena parlarne, basta guardarli e andare avanti.
Versi 70-99: Più avanti Dante vede una folla ammassata sulla riva di un grande fiume e chiede spiegazioni; Virgilio rimanda la risposta a quando saranno arrivati all'Acheronte. Dante, mortificato, sta zitto fino al fiume. Lì arriva su una barca un vecchio dai capelli bianchi che urla contro le anime e annuncia loro il buio eterno. Quando si accorge che Dante è vivo, gli ordina di andarsene: lui dovrà passare per un'altra via, su un'imbarcazione più leggera. Virgilio lo blocca con una formula secca: si vuole così dove si può tutto ciò che si vuole. Caronte si calma di colpo, anche se ha ancora gli occhi cerchiati di fiamme.
Versi 100-129: Le anime, invece, sbiancano e battono i denti appena capiscono che cosa le aspetta. Maledicono Dio, i genitori, l'umanità intera e il giorno in cui sono nate, poi si ammassano piangendo sulla riva. Caronte le raduna a cenni e picchia col remo chi si attarda. Cadono nella barca una a una come le foglie d'autunno, o come uccelli che tornano al richiamo, e mentre attraversano l'acqua scura sulla sponda si è già formato un nuovo gruppo. Virgilio spiega che qui arrivano da tutto il mondo quelli che muoiono senza pentirsi, e che la loro fretta di passare non è coraggio: è la giustizia divina che li spinge, tanto che la paura si capovolge in desiderio. Aggiunge anche che le proteste di Caronte, in realtà, erano un buon segno per Dante.
Versi 130-136: La spiegazione si interrompe di colpo. La riva trema con un terremoto violentissimo, dal terreno si alza un vento che accende un lampo di luce rossa e Dante, sopraffatto, sviene. Il canto si chiude qui: come i due poeti abbiano attraversato l'Acheronte, il lettore non lo saprà mai.

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Figure Retoriche



vv. 1-9: Prosopopea. È la porta stessa a parlare in prima persona, come se fosse un personaggio.
vv. 1-3. «Per me si va... / per me si va... / per me si va...»: Anafora. La ripetizione a inizio verso dà alla scritta un ritmo solenne, quasi da formula.
v. 4. «alto fattore»: Perifrasi per indicare Dio.
vv. 5-6. «divina podestate», «somma sapïenza», «primo amore»: Perifrasi per indicare le tre persone della Trinità (Padre, Figlio, Spirito Santo).
v. 10. «parole di colore oscuro»: Sinestesia. Il "colore" (dato visivo) viene applicato al significato delle parole.
v. 18. «il ben de l'intelletto»: Perifrasi per indicare Dio, inteso come la verità a cui la mente umana tende.
v. 22. «sospiri, pianti e alti guai»: Climax ascendente, dal suono più debole al più forte.
v. 27. «voci alte e fioche»: Antitesi.
v. 29. «aura sanza tempo tinta»: Iperbato ("tinta" è separato da "aura" da tutto il complemento).
vv. 28-30. «come la rena quando turbo spira»: Similitudine.
v. 36. «sanza 'nfamia e sanza lodo»: Anafora e antitesi nello stesso verso: è la definizione perfetta di chi non ha lasciato traccia.
v. 50. «misericordia e giustizia li sdegna»: Sillessi (due soggetti con il verbo al singolare), che li fonde in un unico rifiuto.
v. 60. «il gran rifiuto»: Perifrasi allusiva: Dante non fa il nome del personaggio.
v. 64. «che mai non fur vivi»: Paradosso. Sono morti, ma per Dante non erano vivi neanche prima.
vv. 88-89. «anima viva / ... cotesti che son morti»: Antitesi che marca l'estraneità di Dante a quel luogo.
v. 98. «livida palude»: Enallage. Il colore cadaverico appartiene alle anime, ma Dante lo attribuisce grammaticalmente all'acqua: è la palude a essere detta "livida".
v. 109. «occhi di bragia»: Metafora.
vv. 112-117: Doppia similitudine: le anime cadono nella barca come le foglie d'autunno e obbediscono al cenno come uccelli richiamati.
v. 115. «il mal seme d'Adamo»: Perifrasi per indicare il genere umano peccatore.
v. 126. «la tema si volve in disio»: Antitesi e ossimoro concettuale: la paura diventa desiderio.
v. 133. «La terra lagrimosa»: Personificazione.


Personaggi Principali



Il Canto III non ha un grande protagonista come Francesca o Ulisse. I "personaggi" qui sono piuttosto cinque presenze diverse fra loro: un pellegrino spaventato, una guida che sa dove sta andando, una folla senza nome, un'ombra sola staccata da quella folla e un demonio preso in prestito dai poeti latini.

Dante: il pellegrino che ha paura
In questo canto Dante personaggio non fa quasi nulla: legge, chiede, piange, sviene. Ed è proprio questo il punto. Il suo corpo reagisce prima della sua testa: le parole sulla porta gli risultano "dure", il frastuono lo fa scoppiare in lacrime, la vergogna gli fa abbassare gli occhi quando teme di aver infastidito Virgilio con troppe domande. È un modo per farci entrare nell'Inferno con lui, alle stesse condizioni: senza sapere in anticipo che cosa troveremo. Va notato però che Dante autore, mentre racconta, sa già tutto, e ogni tanto lo fa capire (v. 132: ancora oggi, scrivendo, suda al ricordo).

Virgilio: la guida che sa e che sceglie che cosa dire
Virgilio qui è al massimo della sua autorevolezza. Spiega chi sono gli ignavi, chi sono i dannati sulla riva, come funziona la giustizia divina; soprattutto, gestisce le due situazioni difficili del canto. Con Dante usa il gesto fisico (gli prende la mano al v. 19) più che le parole. Con Caronte usa l'autorità: "vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole", cioè lo mette davanti al fatto che il viaggio è voluto da Dio. Ma Virgilio decide anche che cosa vale la pena raccontare: davanti agli ignavi taglia corto e impone il silenzio, e quel silenzio è già un giudizio.

Gli ignavi: la folla senza nome
Gli ignavi sono un personaggio collettivo. Non hanno nome (Dante non ne cita nessuno, e più avanti vedremo che invece nel resto dell'Inferno i nomi contano moltissimo), non hanno una storia, non hanno neanche un peccato preciso da raccontare. La loro colpa è l'assenza di scelta: hanno attraversato la vita senza schierarsi, senza rischiare nulla, e per Dante questo li rende inutili sia al bene sia al male. Sono mescolati agli angeli che, quando Lucifero si ribellò, non si misero né con lui né con Dio: la neutralità, per Dante, non è prudenza, è vigliaccheria.

Colui che fece "il gran rifiuto"
È l'unica ombra che Dante dice di riconoscere, e proprio per questo l'unica di cui non fa il nome. L'identificazione più diffusa fin dai primi commentatori è quella con papa Celestino V, che nel dicembre 1294 rinunciò al pontificato dopo pochi mesi, aprendo la strada all'elezione di Bonifacio VIII, il papa che Dante considerava responsabile del proprio esilio. Non è però l'unica ipotesi: si sono fatti anche i nomi di Esaù, che cedette il diritto di primogenitura, e di Ponzio Pilato, che si lavò le mani della condanna di Gesù.

Caronte: il traghettatore diventato demonio
Caronte arriva direttamente dalla mitologia classica e in particolare dal libro VI dell'Eneide, dove Enea lo incontra scendendo agli inferi. Dante lo riprende ma lo trasforma: lo chiama esplicitamente "dimonio" (v. 109), gli mette occhi di brace e cerchi di fiamme intorno agli occhi, e lo fa comportare come un carceriere che picchia col remo chi non si sbriga. È il primo di una lunga serie di guardiani infernali (dopo di lui verranno Minosse, Cerbero, Pluto) che si oppongono al viaggio di Dante e vengono zittiti da Virgilio.


Temi Principali



L'eternità e il punto di non ritorno
Tutto il canto insiste su una parola: sempre. La porta è fatta di materia eterna, il buio è "sanza tempo tinta", le tenebre sono "etterne", il tumulto gira "sempre". Questo martellamento serve a far capire allo studente che nell'Inferno dantesco non c'è evoluzione possibile: le anime sono fissate per sempre nella condizione in cui la morte le ha trovate. Da qui l'ordine di lasciare la speranza sulla soglia: la speranza presuppone un futuro diverso dal presente, e qui il futuro non esiste.

L'ignavia come non-vita
Il tema più originale del canto. Dante inventa una categoria che non c'era nella teologia tradizionale: quelli che non hanno fatto niente. Non li mette nemmeno nell'Inferno vero, li lascia in un vestibolo, in una specie di sala d'attesa senza uscita. La frase chiave è al v. 64: "mai non fur vivi". Per Dante vivere significa scegliere, prendere posizione, esporsi; chi non lo fa non ha mai davvero cominciato a esistere. È un giudizio durissimo, e non a caso è uno dei rarissimi casi in cui Virgilio rifiuta di raccontare.

Il contrappasso
Il canto contiene il primo esempio di contrappasso della Commedia, cioè della corrispondenza fra la colpa e la pena. Gli ignavi in vita non seguirono nessuna bandiera, e ora sono condannati a inseguirne una che gira a vuoto e non porta da nessuna parte; non si mossero mai, e adesso non possono fermarsi; non provarono mai un dolore vero, e adesso vengono punzecchiati da insetti fastidiosi (non da fuoco o da mostri: la loro pena è meschina come lo furono loro).

La giustizia divina
L'iscrizione dice una cosa che sorprende sempre gli studenti: l'Inferno è stato fatto anche dal "primo amore", cioè dallo Spirito Santo. Per Dante non c'è contraddizione, perché la giustizia è una forma dell'amore di Dio: un universo in cui il male non ha conseguenze sarebbe un universo disordinato. Lo stesso concetto torna ai vv. 124-126, dove la giustizia divina "sprona" le anime al punto che la paura si capovolge in desiderio: i dannati corrono verso la propria condanna perché la vogliono, in fondo, quanto la vuole Dio.

Il mito classico riscritto in chiave cristiana
Acheronte e Caronte vengono dalla cultura greca e latina, non dalla Bibbia. Dante li prende e li reinserisce in un aldilà cristiano, cambiandone il senso: Caronte non è più un vecchio scontroso ma un demonio al servizio della giustizia di Dio. È un'operazione che Dante ripete per tutto l'Inferno e che dice molto del suo rapporto con l'antichità: il mondo classico non va buttato, va reinterpretato.

La paura e il limite del racconto
Dante piange, si vergogna, sviene. La paura non è un difetto del personaggio, è il segno che ciò che vede è al di là della misura umana. Lo svenimento finale, in particolare, è il modo in cui Dante ammette che alcune cose non si possono raccontare: la macchina da presa si spegne proprio quando dovrebbe mostrarci l'unica cosa impossibile, il passaggio di un vivo sulla barca dei morti.


Analisi ed Interpretazioni



L'iscrizione sulla porta: un inizio senza narratore

La Commedia è un racconto in prima persona, eppure il Canto III comincia con nove versi che non sono di Dante. Non c'è nessuna frase del tipo "arrivammo davanti a una porta e lessi": il lettore si trova le parole addosso, esattamente come il pellegrino. Solo al v. 11 scopriamo che si trattava di una scritta. È un effetto di regia molto moderno, e crea nel lettore lo stesso spaesamento del protagonista.

La scritta è costruita in due parti. Le prime tre terzine sono impersonali e solenni e spiegano che cos'è quella porta e chi l'ha fatta; l'ultimo verso cambia registro e si rivolge direttamente a chi entra. Quel passaggio dal "si va" impersonale al "voi ch'intrate" è quello che rende il verso indimenticabile: la minaccia diventa personale.

Perché un Inferno fatto d'amore

Il verso 6 mette in difficoltà chiunque lo legga per la prima volta: come può l'Inferno essere opera dell'amore? La risposta sta nella logica teologica medievale che Dante fa propria. Dio ha creato l'uomo libero; la libertà, per essere reale, deve poter portare a conseguenze reali. L'Inferno è il luogo dove le scelte diventano definitive, ed è quindi il prezzo della libertà, non la sua negazione. È anche il motivo per cui i dannati, nel poema, non vengono mai descritti come vittime: nessuno di loro sostiene di essere finito lì per sbaglio.

Gli ignavi: un peccato inventato da Dante

Nella teologia del tempo non esisteva una categoria di peccatori corrispondente agli ignavi, e nemmeno un luogo per loro. Dante se li inventa, e li colloca in una zona di nessuno: hanno superato la porta, quindi non sono salvi, ma non sono ancora nell'Inferno numerato dei cerchi. Questo "vestibolo" (o antinferno) è la traduzione spaziale della loro colpa: gente che in vita non stette da nessuna parte, e che nell'aldilà continua a non stare da nessuna parte.

La condanna passa anche dalle scelte stilistiche. Dante non nomina nessuno di loro, mentre nel resto del poema il nome è quasi sempre una forma di sopravvivenza: essere ricordati, anche come dannati, è meglio che sparire. Qui invece "fama di loro il mondo esser non lassa" (v. 49): il mondo li ha già cancellati. E il verso 51, "non ragioniam di lor, ma guarda e passa", è uno dei pochissimi casi in cui la Commedia rinuncia deliberatamente a raccontare una storia. Nel resto del viaggio Dante si ferma, chiede, ascolta; qui no. Il silenzio è la pena più grave che il poeta può infliggere.

Il contrappasso: la bandiera e gli insetti

La punizione degli ignavi è studiata nei dettagli. L'insegna che inseguono è una bandiera senza simbolo: in vita non seguirono nessuna causa, adesso ne seguono una vuota. Gira su se stessa senza fermarsi mai, e il loro correre non li porta in nessun luogo, esattamente come la loro esistenza. Gli insetti che li pungono sono mosconi e vespe: non belve mostruose, ma la fastidiosa piccola sofferenza quotidiana, l'unica proporzionata a chi non ha mai fatto niente di grande, né in bene né in male. Anche i vermi che raccolgono ai loro piedi sangue e lacrime sono coerenti: nulla di quello che producono ha valore, viene semplicemente consumato dalla materia più bassa.

Caronte, ovvero come Dante usa i classici

Il Caronte dell'Eneide è un vecchio trasandato e burbero che pretende il rispetto delle regole; il Caronte di Dante è un demonio con gli occhi di brace che urla e picchia. La differenza dice tutto: nell'aldilà cristiano non esiste una figura neutra, tutti i guardiani stanno dalla parte della giustizia divina e la eseguono con violenza. Lo scontro fra Caronte e Virgilio, poi, stabilisce uno schema che si ripeterà: il custode si oppone, Virgilio ricorre alla volontà di Dio, l'ostacolo cade. Ma è utile notare una cosa: Caronte respinge Dante perché lo riconosce come non dannato. Le sue proteste, come Virgilio spiega ai vv. 127-129, sono in realtà la prima conferma esplicita che Dante si salverà.

Il finale interrotto

I sette versi conclusivi sono tra i più discussi del poema. Dante non racconta come attraversa l'Acheronte perché sviene, e riprenderà conoscenza all'inizio del Canto IV, già dall'altra parte. Le spiegazioni possibili sono due, e non si escludono. La prima è narrativa: un uomo vivo non può salire sulla barca dei morti, quindi il poeta evita di doverlo raccontare. La seconda è simbolica: lo svenimento funziona come una piccola morte e come una soglia, un modo per segnare che si è passati in un'altra dimensione. La stessa tecnica torna alla fine del Canto V, quando Dante sviene per la pietà davanti a Francesca, e in entrambi i casi la caduta chiude il canto sull'immagine più forte possibile.


Passi Controversi



Versi 1-9: chi pronuncia queste parole? La lettura più condivisa è che sia la porta stessa a parlare, secondo un uso antico per cui l'oggetto (una tomba, un vaso, una statua) si presenta in prima persona e dichiara chi lo ha fatto. Qui l'artefice è Dio, indicato attraverso le tre persone della Trinità: "divina podestate" per il Padre (la potenza), "somma sapïenza" per il Figlio (il Verbo), "primo amore" per lo Spirito Santo.

Versi 7-8: l'affermazione che prima della porta esistevano solo cose eterne è teologicamente delicata, perché sembra dire che l'Inferno è stato creato all'inizio dei tempi. Si spiega di solito così: Dante sta pensando agli angeli, ai cieli e alla materia prima, cioè alle realtà create direttamente da Dio e destinate a durare; l'Inferno viene aperto subito dopo la caduta di Lucifero e da quel momento è anch'esso indistruttibile.

Verso 9: il verso più citato d'Italia è anche uno dei più storpiati. La forma corretta è "Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate": non "ogni", non "o voi", non "che entrate". Vale la pena impararla giusta, perché in un'interrogazione la citazione sbagliata si nota subito.

Verso 18: "il ben de l'intelletto" è quasi sempre interpretato come Dio, cioè la verità verso cui l'intelligenza umana è naturalmente orientata; perdere Dio significa perdere lo scopo stesso del pensare. Alcuni commentatori intendono invece l'espressione come "il bene che consiste nell'intelletto", cioè la capacità di distinguere il bene dal male, che i dannati hanno rinunciato a usare.

Verso 31: i manoscritti oscillano fra "d'error la testa cinta" e "d'orror la testa cinta". L'edizione critica di Petrocchi, oggi la più seguita, sceglie "error", perché indica non la paura ma il dubbio, cioè esattamente la domanda che Dante sta per fare a Virgilio. Con "orror" il senso sarebbe più immediato ma anche più banale.

Verso 42: "ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli" significa che i veri dannati, se gli ignavi stessero insieme a loro, potrebbero vantarsene, avendo accanto qualcuno di ancora più spregevole. È una motivazione insolita, quasi psicologica, per giustificare una scelta topografica.

Versi 59-60: l'identità di chi "fece per viltade il gran rifiuto" è il problema aperto più famoso del canto. La candidatura di Celestino V, che abdicò il 13 dicembre 1294, è sostenuta già dai commentatori trecenteschi; il problema è che Celestino fu proclamato santo nel 1313, quindi Dante lo avrebbe collocato fra gli ignavi mentre la Chiesa lo venerava. Le alternative proposte sono Esaù (che vendette la primogenitura), Ponzio Pilato (che rifiutò di giudicare Gesù), Diocleziano e, in ambito fiorentino, Giano della Bella e Vieri de' Cerchi. Molti studiosi notano però che l'anonimato è probabilmente voluto: nominarlo sarebbe stato un modo di dargli fama, e la fama è proprio ciò che a questi dannati viene negato.

Verso 93: il "più lieve legno" a cui allude Caronte è quasi certamente la navicella guidata dall'angelo nocchiero che porta le anime salve alla spiaggia del Purgatorio, descritta più avanti nel poema. È un rimando in avanti che, senza dirlo apertamente, annuncia al lettore la salvezza finale di Dante.

Versi 95-96: "vuolsi così colà dove si puote / ciò che si vuole" è una formula, non una frase improvvisata. Virgilio la ripeterà quasi identica davanti a Minosse (Inferno V, 23-24) e a Pluto (Inferno VII, 11-12). La perifrasi indica il Cielo senza nominarlo: nell'Inferno i nomi sacri si evitano, e la reticenza è essa stessa un segno di rispetto.

Verso 116: "gittansi" è al plurale ma il soggetto, "il mal seme d'Adamo" (v. 115), è grammaticalmente singolare. Non è un errore: è una concordanza a senso, perché quel "seme" indica una moltitudine di persone. Lo stesso fenomeno ritorna spesso nell'italiano antico.

Versi 133-136: che cosa provoca esattamente lo svenimento non è chiaro. Il testo mette in fila tre elementi (il terremoto, il vento che esce dalla terra, il lampo di luce rossa) senza spiegarne la causa; c'è chi vi legge un fenomeno naturale, chi un segnale soprannaturale che accompagna il passaggio della soglia. Resta il fatto che Dante, l'unico vivo, non poteva salire sulla barca di Caronte: il salto narrativo risolve il problema senza affrontarlo, e la scena riprenderà all'inizio del canto successivo con il pellegrino già sull'altra riva.

Fonti: libri scolastici superiori

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