Il Risorgimento e l'Unità d'Italia


Il Risorgimento e l'Unità d'Italia
1) Che cos'è il Risorgimento, e perché la data d'inizio sono tre
2) La stagione dei moti: 1820-21, 1830-31, 1848-49
3) La cronologia essenziale 1815-1871: il ripasso in cinque minuti
4) I progetti politici a confronto: Mazzini, Cavour, Gioberti, Cattaneo
5) Le tre guerre d'indipendenza: date, alleanze, esiti
6) Il 1860 e la nascita del Regno: dai Mille alla legge del 17 marzo 1861
7) Il completamento: Veneto 1866, Roma 1870, capitale 1871
8) Il Mezzogiorno e l'Unità: plebisciti, brigantaggio, Bronte, questione meridionale
9) I dibattiti storiografici aperti
10) Errori tipici, smontati uno per uno
11) Domande frequenti
12) Conclusioni: che cosa portarsi all'interrogazione

Che cos'è il Risorgimento, e perché la data d'inizio sono tre



Con Risorgimento si indica il processo che porta dalla penisola divisa del 1815 — otto Stati, nessuno dei quali si chiama Italia — al Regno d'Italia con Roma capitale. È una definizione operativa, buona per orientarsi. Non è una definizione neutra: già decidere dove quel processo comincia significa decidere che cosa sia stato.

Il punto di partenza convenzionale è il Congresso di Vienna, che si apre formalmente il 1° novembre 1814 e si chiude con l'Atto finale del 9 giugno 1815. Molte schede scolastiche scrivono soltanto "1815": è la prima imprecisione che conviene togliersi di mezzo, perché i lavori durarono più di sette mesi. Con la patente imperiale del 7 aprile 1815 nasce il Regno Lombardo-Veneto, sotto la corona asburgica, con Milano capitale amministrativa.

L'Italia nel 1815

StatoCapitaleChi lo governaRapporto con l'Austria
Regno di SardegnaTorinoCasa Savoiaindipendente, ma sorvegliato
Regno Lombardo-VenetoMilano (e Venezia)gli Asburgo d'Austriadominio diretto
Ducato di Parma e PiacenzaParmaMaria Luisa d'Asburgolegame dinastico
Ducato di Modena e ReggioModenagli Asburgo-Estelegame dinastico
Granducato di ToscanaFirenzeramo lorenese degli Asburgolegame dinastico
Ducato di LuccaLuccai Borbone-Parmaorbita austriaca
Stato pontificioRomail papaautonomo, con guarnigioni austriache nelle Legazioni
Regno di Napoli e Regno di SiciliaNapoli e Palermoi Borbonealleanza e tutela

Una precisazione sull'ultima riga, perché nel 1815 il Regno delle Due Sicilie non esiste ancora. Ferdinando è restaurato a Napoli con il trattato di Casalanza del 20 maggio 1815 come Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia, e i due regni restano formalmente distinti, uniti soltanto nella persona del sovrano; la fusione in un unico Stato, con il re che assume il nome di Ferdinando I, arriva con la Legge fondamentale dell'8 dicembre 1816. Nella tabella contano come una voce sola perché il sovrano è uno, ma chi scrive "Regno delle Due Sicilie" parlando del 1815 commette un anacronismo di un anno e mezzo.

Il numero "otto" vale per l'assetto del 1815 e poi cambia: nel 1847 il Ducato di Lucca viene assorbito dalla Toscana. Il dato politico da tenere è l'egemonia austriaca su due livelli: diretta in Lombardia e Veneto, indiretta nei ducati e in Toscana attraverso i legami dinastici.

Tre date d'inizio, e non è una questione di lana caprina

Chi privilegia la storia politico-militare fa cominciare il Risorgimento nel 1815 e lo chiude nel 1861 o nel 1870. Alberto Mario Banti, in Il Risorgimento italiano (Laterza 2004), adotta come punto di partenza il 1796, la discesa delle armate napoleoniche. La storiografia culturale a cui appartiene mette però l'accento su un'altra cosa: la formazione, nel primo Ottocento, del canone di testi che narra la nazione come comunità naturale — è quello, non il triennio giacobino, l'oggetto de La nazione del Risorgimento (2000). Chi ragiona in termini di completamento territoriale porta il termine al 1918, con Trentino, Venezia Giulia e Trieste.

Non è pignoleria: la scelta della data d'inizio decide se il Risorgimento sia soprattutto un fatto diplomatico e militare oppure un fatto culturale. Chi te lo chiede all'orale sta chiedendo questo.

Come è fatta questa guida

Una regola, dichiarata subito e tenuta fino alla fine: il fatto accertato e l'interpretazione sono due cose diverse, e dove gli storici non concordano si scrive il nome di chi sostiene cosa, con l'opera. Dove il dato è certo si scrive il dato e dove si controlla; dove le fonti divergono si dicono tutte e due, senza sceglierne una d'autorità.

La cronologia da ripassare è nella sezione 3, i progetti politici nella 4, le tre guerre nella 5, il Mezzogiorno nella 8, i dibattiti aperti nella 9 e gli errori tipici nella 10.

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La stagione dei moti: 1820-21, 1830-31, 1848-49



Fra il 1820 e il 1849 ci sono tre ondate insurrezionali e tre fallimenti. Le ragioni sono sempre le stesse tre: i moti restano locali, non hanno nessuno sponsor internazionale, e trovano davanti un sistema europeo che si è dato per statuto il diritto di intervenire. Al congresso di Troppau (ottobre-dicembre 1820) Metternich afferma il diritto d'intervento della Santa Alleanza; al congresso di Lubiana (gennaio 1821) Ferdinando I di Borbone chiede lui stesso l'intervento austriaco contro il proprio governo costituzionale. Nel 1831 Luigi Filippo di Francia, dopo aver lasciato sperare in un appoggio, applica il principio di non intervento.

CicloDoveChi guidaChe cosa chiedeCome finisceChe cosa lascia
1820-21Due Sicilie, Sicilia, Regno di Sardegnaufficiali dell'esercito e carbonaricostituzione (modello spagnolo 1812)repressione austriaca, Rieti-Antrodoco e Novarala costituzione come parola d'ordine
1830-31Modena, Bologna, Parma, Romagna, Marche, Umbrianotabili e cospiratori localigoverni provvisori, unione delle provinceoccupazione austriaca, Menotti impiccatola Giovine Italia, fondata nello stesso 1831
1848-49tutta la penisolagoverni provvisori, democratici, Regno di Sardegnacostituzioni, guerra all'Austria, repubblicasconfitta militare e restaurazionelo Statuto Albertino, unico sopravvissuto

1820-21

Nella notte fra il 1° e il 2 luglio 1820 i sottotenenti Michele Morelli e Giuseppe Silvati muovono da Nola con il prete Luigi Minichini; il 2 luglio sono a Monteforte, il 3 ad Avellino. Poi succede una cosa che spiega perché in rete si trovano quattro date diverse per lo stesso evento: la costituzione napoletana non è un atto, sono tre. La concessione è del 6 luglio 1820 (Treccani indica il 7 luglio), il decreto di adozione della Costituzione spagnola del 1812 è del 12 luglio, il giuramento solenne del re è del 13 luglio. In Sicilia, nell'estate 1820, Palermo insorge con un moto autonomista, non filo-napoletano: qui le fonti divergono in modo ampio sulla data esatta, e conviene non scriverne una secca.

Finisce il 7 marzo 1821 a Rieti-Antrodoco, dove gli austriaci battono Guglielmo Pepe. In Piemonte la guarnigione di Alessandria insorge il 10 marzo 1821 (Treccani: 8 marzo); nella notte del 13 marzo Vittorio Emanuele I abdica in favore del fratello Carlo Felice e nomina reggente Carlo Alberto, con atto pubblicato il 14 marzo (Treccani: 12 marzo). L'8 aprile 1821, a Novara, l'esercito costituzionale di Santorre di Santarosa è battuto da truppe regie e austriache.

1830-31

La sera del 3 febbraio 1831 il duca Francesco IV d'Asburgo-Este, che per anni aveva ammiccato ai cospiratori, fa arrestare a Modena Ciro Menotti (Treccani colloca l'arresto al 4 febbraio). L'insurrezione era fissata per il 5; scoppia il 4 febbraio a Bologna e a Parma e si estende a Romagna, Marche e Umbria. A Bologna si costituisce il Governo delle Province Unite Italiane, guidato da Giovanni Vicini. A marzo intervengono gli austriaci. Menotti è impiccato il 26 maggio 1831. Nello stesso anno, a Marsiglia, Mazzini fonda la Giovine Italia.

1848-49

Il 1848 comincia in Italia: l'insurrezione di Palermo del 12 gennaio 1848 è il primo moto del "Quarantotto" europeo. Seguono le costituzioni, e conviene dire per ciascuna di quale atto si parla, perché la serie non è omogenea: il 29 gennaio a Napoli Ferdinando II annuncia la costituzione, che sarà promulgata il 10 febbraio (l'11 secondo altre fonti); in Toscana Leopoldo II firma lo Statuto fondamentale il 15 febbraio e lo si pubblica il 17; il 4 marzo è promulgato lo Statuto Albertino in Piemonte; il 14 marzo lo Statuto fondamentale nello Stato pontificio. Delle quattro, una sola sopravvive: lo Statuto resterà la carta fondamentale italiana fino al 1948.

Poi la rottura di scala. 18-22 marzo 1848: le Cinque giornate di Milano cacciano Radetzky, che si ritira nel Quadrilatero; Carlo Cattaneo guida il Consiglio di guerra. Il 22 marzo Venezia proclama la Repubblica di San Marco con Daniele Manin. Il 23 marzo Carlo Alberto dichiara guerra all'Austria: la parte militare è nella sezione 5.

L'anno dopo, a Roma, il progetto democratico governa per davvero. L'Assemblea costituente è eletta il 21-22 gennaio 1849 a suffragio universale maschile; l'8-9 febbraio approva il Decreto fondamentale che dichiara decaduto il potere temporale del papa garantendone l'indipendenza spirituale; il 9 febbraio 1849 la Repubblica Romana è proclamata dal Campidoglio. Dal 29 marzo governa il triumvirato Mazzini, Aurelio Saffi, Carlo Armellini. La Costituzione repubblicana — suffragio universale maschile, abolizione della pena di morte, libertà di culto, nessuna religione di Stato — è promulgata in Campidoglio il 3 luglio 1849, mentre i francesi entrano in città.

Anche qui una data secca non regge: l'Assemblea vota la fine della resistenza il 30 giugno, la Costituzione è promulgata il 3 luglio, e alcune fonti datano la fine formale al 4 luglio. Sono tre momenti di un unico processo, e vanno raccontati come tali.


La cronologia essenziale 1815-1871: il ripasso in cinque minuti



Questa è la tabella da leggere da sola la sera prima. Se hai tre minuti, leggi solo la colonna Perché conta: è la parte che trasforma un elenco di date in un discorso. Le voci contrassegnate con (†) sono quelle su cui le fonti autorevoli divergono — sulla data, sul luogo, o perché esistono più atti distinti che vengono confusi fra loro: la nota sotto la tabella spiega di volta in volta quale sia il problema.

DataEventoPerché conta
Restaurazione e moti (1814-1831)
1 nov 1814 – 9 giu 1815Congresso di Viennal'Atto finale è del 9 giugno 1815, non "il 1815"
7 aprile 1815nasce il Regno Lombardo-Venetol'Austria è potenza italiana a tutti gli effetti
1-2 luglio 1820 (†)moto di Nola, Morelli e Silvatila costituzione entra nel lessico politico
7 marzo 1821Rieti-Antrodocofinisce l'esperienza costituzionale napoletana
10 marzo 1821 (†)insurrezione di Alessandriail tricolore su una guarnigione regia
13-14 marzo 1821 (†)abdicazione di Vittorio Emanuele ICarlo Alberto reggente, e poi si sottomette
8 aprile 1821Novarafine del moto piemontese
3-4 febbraio 1831 (†)arresto di Menotti, moto di Bologna e Parmail principe che tradisce i cospiratori
luglio 1831Giovine Italia a Marsiglianasce un programma nazionale, non più locale
Il 1848-49
12 gennaio 1848insurrezione di Palermoè il primo moto del Quarantotto europeo
4 marzo 1848Statuto Albertinol'unica costituzione del 1848 che sopravvive
18-22 marzo 1848Cinque giornate di Milanoun'insurrezione urbana costringe Radetzky a ripiegare sul Quadrilatero
22 marzo 1848Repubblica di San MarcoVenezia resisterà fino all'agosto 1849
23 marzo 1848Carlo Alberto dichiara guerracomincia la prima guerra d'indipendenza
29 aprile 1848allocuzione di Pio IXla Chiesa esce dalla guerra nazionale
22-27 luglio 1848 (†)Custozala sconfitta che rovescia la campagna
9 agosto 1848 (†)armistizio Salascochiude la campagna del 1848; sul luogo della firma le fonti divergono
9 febbraio 1849Repubblica Romanail progetto mazziniano al governo
23 marzo 1849Novara, abdicazione di Carlo Albertoregna Vittorio Emanuele II
3 luglio 1849 (†)Costituzione romana promulgata, i francesi entranola Repubblica cade mentre si dà una carta
6 agosto 1849Pace di Milano75 milioni di franchi di indennità
22 agosto 1849capitolazione di Veneziafinisce la prima guerra d'indipendenza
Il decennio di preparazione (1850-1857)
1850leggi Siccardiil Piemonte abolisce i privilegi del foro ecclesiastico
1852connubio Cavour-RattazziCavour presidente del Consiglio, con una maggioranza di centro
gennaio 1855alleanza e spedizione in Crimeail Piemonte si compra un posto al tavolo delle potenze
16 agosto 1855Cernaiail corpo di spedizione di La Marmora si fa valere sul campo
25 feb – 8 apr 1856Congresso di Parigil'8 aprile Cavour porta la questione italiana davanti alle potenze
agosto 1857Società Nazionale Italianal'unitarismo entra nella politica sabauda dal basso
1859-1860
21 luglio 1858accordi di Plombièresintesa verbale, mai firmata
26 aprile 1859 (†)inizio della seconda guerraCavour respinge l'ultimatum austriaco
4 giugno 1859Magentacade Milano
24 giugno 1859Solferino e San Martinoda qui Dunant e la Croce Rossa
8 luglio 1859armistizio militare di Villafrancaè l'8, non l'11
11 luglio 1859preliminari di pace di Villafrancail Veneto resta austriaco, Cavour si dimette
10 novembre 1859Pace di Zurigoformalizza i preliminari
11-12 marzo 1860plebisciti in Toscana ed Emilial'annessione diventa metodo
24 marzo 1860Trattato di TorinoNizza e Savoia alla Francia
notte 5-6 maggio 1860 (†)partenza dei Mille da Quartol'iniziativa passa ai volontari
11 maggio 1860sbarco a Marsaladue navi britanniche in rada
15 maggio 1860Calatafimila vittoria che porta i picciotti siciliani
7 settembre 1860Garibaldi entra a Napoliin treno, senza combattere
11 settembre 1860l'esercito sardo entra nello Stato pontificioCavour muove per fermare Garibaldi prima che marci su Roma
21 ottobre 1860plebisciti nel Mezzogiorno e in Siciliaa guerra ancora in corso
26 ottobre 1860incontro fra Garibaldi e Vittorio Emanuele IIl'incontro detto "di Teano"
1861
18 febbraio 1861si apre il primo Parlamento italianoa Torino, Palazzo Carignano
26 febbraio 1861il Senato approva129 voti favorevoli, 2 contrari
14 marzo 1861la Camera approva per acclamazionenon è ancora la proclamazione
17 marzo 1861legge n. 4671nasce il Regno d'Italia, per legge
21 aprile 1861legge sull'intitolazione degli attiqui, e solo qui, "per volontà della Nazione"
6 giugno 1861muore Cavourmeno di tre mesi dopo
1866-1871
20 giugno 1866l'Italia dichiara guerra all'Austriaterza guerra d'indipendenza
24 giugno 1866Custoza (seconda)sconfitta italiana in campo aperto
3 luglio 1866Sadowaè la Prussia a decidere la guerra
20 luglio 1866Lissasconfitta navale, Persano contro Tegetthoff
21 luglio 1866Bezzeccal'unica vittoria italiana, con i volontari
9 agosto 1866telegramma "Obbedisco"diciannove giorni dopo Bezzecca, non subito
12 agosto 1866armistizio di CormonsItalia-Austria, da non confondere con Nikolsburg
3 ottobre 1866Pace di Viennail Veneto passa all'Italia tramite la Francia
4 novembre 1866R.D. n. 3300è questo l'atto che annette il Veneto
20 settembre 1870breccia di Porta Piapoche ore di combattimento
2 ottobre 1870plebiscito di Roma e del Lazioil voto viene dopo la presa
9 ottobre 1870R.D. n. 5903annessione di Roma e delle province romane
3 febbraio 1871legge n. 33trasferimento della capitale a Roma
13 maggio 1871Legge delle Guarentigie n. 214unilaterale, respinta da Pio IX

Nota alle date con (†). Costituzione napoletana 1820: tre atti distinti, 6 luglio concessione (Treccani: 7 luglio), 12 luglio adozione, 13 luglio giuramento. Alessandria 1821: 10 marzo, Treccani 8 marzo. Abdicazione 1821: notte del 13 marzo con atto pubblicato il 14, Treccani 12 marzo. Menotti: arresto la sera del 3 febbraio, Treccani 4 febbraio. Custoza 1848: 22-27 luglio, Treccani 23-25. Armistizio Salasco: la data è certa, il luogo no. Treccani (Enciclopedia Italiana, voce "Salasco, Armistizio di") scrive che fu firmato a Milano; le ricostruzioni di dettaglio e la tradizione locale collocano la sottoscrizione a Vigevano, nel palazzo vescovile dove Carlo Alberto aveva posto il quartier generale. L'equivoco è alimentato dal documento stesso, che reca in calce "Dal quartier generale di Milano". Le fonti divergono sul luogo: in un compito si dicono tutte e due. Fine della Repubblica Romana: 30 giugno voto dell'Assemblea, 3 luglio promulgazione e ingresso francese, 4 luglio in alcune ricostruzioni. Inizio della seconda guerra: 23 aprile ultimatum, 26 aprile rifiuto piemontese (data usata da Treccani), 29 aprile invasione austriaca. Partenza dei Mille: 5 maggio secondo Treccani, notte fra 5 e 6 nelle ricostruzioni dettagliate.

Cinque errori che in rete circolano su date e luoghi

Come si trova scrittoCome sta davveroDove si controlla
"armistizio di Villafranca, 11 luglio 1859"8 luglio armistizio militare, 11 luglio preliminari di paceTreccani, che scrive "concluso tra l'8 e l'11 luglio"
"Pace di Milano, 10 agosto 1849"6 agosto 1849Portale storico della Camera, progetto di legge 12 settembre 1849 sul prestito di 75 milioni
"battaglia di Calatafimi, 14 maggio 1860"15 maggio 1860; il 14 è il decreto di Salemicronologia della spedizione dei Mille
"breccia aperta a Porta Pia"aperta accanto alla porta, nelle mura aureliane fra Porta Pia e Porta Salariaricostruzioni della presa di Roma, la porta è ancora in piedi
"Regno d'Italia proclamato il 14 marzo 1861"il 14 marzo è il voto della Camera, la promulgazione è del 17testo della legge 17 marzo 1861 n. 4671

Il luogo dell'armistizio Salasco, che spesso compare negli elenchi di questo tipo, qui non c'è: non è un errore accertato ma una divergenza fra fonti, ed è trattato come tale nella nota alle date con (†).

La prima riga e la terza meritano un secondo di attenzione: la datazione sbagliata dell'armistizio di Villafranca si trova anche sul sito del Ministero della Difesa, e Calatafimi al 14 maggio compare in un contenuto del Portale storico della Presidenza della Repubblica. Non è un argomento contro quelle istituzioni: è la prova che l'autorevolezza della fonte non garantisce l'esattezza della singola data.

Prova rapida

Metti in ordine cronologico: Bezzecca, Cinque giornate di Milano, Plombières, Repubblica Romana, presa di Roma, plebisciti in Toscana ed Emilia, Novara (1849), legge 17 marzo 1861.

OrdineEventoAnno
1Cinque giornate di Milano1848
2Repubblica Romana1849
3Novara e abdicazione di Carlo Alberto1849
4Plombières1858
5Plebisciti in Toscana ed Emilia1860
6Legge 17 marzo, nasce il Regno d'Italia1861
7Bezzecca1866
8Presa di Roma1870

Attenzione al tranello: la Repubblica Romana è proclamata il 9 febbraio 1849 e Novara è del 23 marzo 1849, quindi la Repubblica precede la sconfitta piemontese, ma cade dopo (luglio 1849).


I progetti politici a confronto: Mazzini, Cavour, Gioberti, Cattaneo



L'errore da cui parte quasi tutta la confusione è credere che il Risorgimento sia stato uno scontro fra chi voleva l'Italia e chi non la voleva. Non è così. Fra il 1831 e il 1861 esistono più progetti concorrenti, tutti favorevoli a cambiare lo stato di cose, che divergono su assi indipendenti: una posizione su un asse non implica una posizione sugli altri.

AsseOpzioni in campo
Forma di Statomonarchia costituzionale oppure repubblica
Struttura territorialeStato unitario accentrato oppure federazione o confederazione
Metododiplomazia e guerra regolare oppure insurrezione popolare
Ruolo del papapresidente della confederazione, ostacolo da rimuovere, oppure separazione fra Stato e Chiesa
Questione socialeassente o rinviata, oppure centrale (la terra ai contadini)

Gli incroci controintuitivi sono tre, e sono esattamente ciò che si chiede all'orale. Gioberti e Cattaneo sono entrambi federalisti e stanno agli antipodi: uno vuole il papa alla presidenza di una confederazione di monarchie, l'altro una repubblica laica su modello svizzero. Mazzini e Cavour sono entrambi unitaristi accentratori, pur essendo repubblicano il primo e monarchico il secondo. Mazzini e Pisacane sono entrambi repubblicani insurrezionalisti e si spaccano sulla proprietà della terra.

MazziniCavourGiobertiCattaneo
Forma di Statorepubblicamonarchia costituzionalemonarchie consultiverepubblica
Struttura territorialeunitaria e accentrataunitaria per annessioniconfederazionefederazione
Mezzieducazione e insurrezionediplomazia e guerra regolareriforme gradualipatto federale, insurrezione
Chi doveva guidareil popolo, per atto di volontàlo Stato sabaudoil papa, con ruolo moralele libertà locali e municipali
Ruolo del papapotere temporale da abbattereseparazione, "libera Chiesa in libero Stato"presidente della confederazioneirrilevante, Stato laico
Questione socialerifiutata la lotta di classeassenteassentemarginale
Prova sul campoRepubblica Romana 18491859-1861governo sardo 1848-49Cinque giornate 1848

Due righe di appendice, perché servono a chiudere il quadro. Garibaldi, dopo gli anni Cinquanta, è monarchico per scelta di metodo e unitarista, con l'insurrezione volontaria come mezzo. Carlo Pisacane è repubblicano, unitarista, insurrezionalista, ed è l'unico fra i protagonisti in campo a mettere la terra ai contadini al centro del programma.

Mazzini

La Giovine Italia nasce a Marsiglia nel luglio 1831: segreta nei nomi degli affiliati, ma palese nel programma, in rottura deliberata con il modello iniziatico della Carboneria. Obiettivo: repubblica democratica unitaria. Mezzi dichiarati, in quest'ordine, educazione e insurrezione; motti "Dio e Popolo" e "Pensiero e Azione". Mazzini scioglie la Giovine Italia il 5 marzo 1848 e nel marzo 1853 annuncia il Partito d'Azione.

Due rifiuti spiegano tutte le sue rotture successive. Il rifiuto del federalismo: se la nazione è una comunità morale unica, federarla significa perpetuare divisioni imposte dagli stranieri. E il rifiuto della lotta di classe, che però va datato bene. Alla fondazione della Prima Internazionale a Londra, il 28 settembre 1864, Mazzini è presente solo attraverso il suo segretario, il maggiore Wolff, e il progetto di statuto mazziniano viene scartato in favore di quello redatto da Marx: è una sconfitta interna, non una condanna pubblica. Mazzini sostiene indirettamente l'Internazionale ancora per anni e rompe apertamente nel marzo 1871, dopo la Comune di Parigi, attaccandone l'irreligiosità, la negazione della nazione e della proprietà individuale, e soprattutto l'ideologia della lotta di classe. Parlare di uno scontro con "marxisti e anarchici" nel 1864 è un anacronismo: la componente bakuniniana entra nell'Internazionale solo dal 1868-69. È un democratico radicale, non un socialista.

Il bilancio pratico va detto senza reticenza, perché spiega il 1860: cospirazione piemontese del 1833 con dodici esecuzioni capitali, spedizione di Savoia del 1834, spedizione dei fratelli Bandiera del 1844, dieci impiccati a Belfiore fra il dicembre 1852 e il marzo 1853, moto di Milano del 6 febbraio 1853 — il fallimento che spinge Mazzini ad annunciare il Partito d'Azione il mese dopo — tentativo di Genova del 1857. Una catena di fallimenti, con un'eccezione: la Repubblica Romana del 1849, l'unica volta in cui il progetto governa davvero.

Cavour

Cavour non parte da un progetto di Italia unita: è il punto in cui i manuali sono più fuorvianti. Il Dizionario Biografico Treccani documenta che nel 1856 giudicava utopistica la visione unitaria di Daniele Manin, e che accettò l'unitarismo per gradi, attraverso annessioni successive.

Fra il 1849 e il 1858 c'è il decennio di preparazione, che i riassunti saltano e gli orali chiedono. Le leggi Siccardi del 1850 aboliscono i privilegi del foro ecclesiastico; il connubio con Rattazzi nel 1852 dà a Cavour una maggioranza di centro e la presidenza del Consiglio; seguono la politica economica e ferroviaria e, nel gennaio 1855, l'alleanza che porta il Piemonte in Crimea, dove il corpo di spedizione di La Marmora combatte alla Cernaia il 16 agosto 1855. Il ritorno politico si incassa al Congresso di Parigi (25 febbraio - 8 aprile 1856): nella seduta dell'8 aprile Cavour porta la situazione italiana davanti alle potenze. È l'operazione che all'orale viene chiesta con la formula "come Cavour internazionalizzò la questione italiana", ed è il contesto senza il quale Plombières non si capisce.

A Plombières, il 21 luglio 1858, l'intesa con Napoleone III è verbale: non fu firmato nulla. Quasi tutto ciò che sappiamo del contenuto viene dalla lettera di Cavour a Vittorio Emanuele II del 24 luglio 1858, scritta da Baden-Baden — cioè da una fonte di parte, ed è giusto saperlo. Il progetto era una confederazione di Stati sotto la presidenza onoraria del papa, con la Casa Savoia sovrana della sola Italia settentrionale; le ricostruzioni divergono sul numero degli Stati previsti e sui confini, e la divergenza nasce proprio dal fatto che l'accordo non fu mai messo per iscritto. Il prezzo era la cessione di Nizza e Savoia alla Francia. Il trattato di alleanza sardo-francese è firmato nel gennaio 1859 e retrodatato a dicembre 1858.

Dal 1860 Cavour cambia strumento: non più solo guerra, ma plebisciti d'annessione. Sul rapporto con la Chiesa la sua formula è "libera Chiesa in libero Stato", che secondo la testimonianza della nipote — quindi una testimonianza indiretta — furono anche le sue ultime parole. Muore a Torino il 6 giugno 1861.

Gioberti e Balbo

Del primato morale e civile degli Italiani esce a Bruxelles nella primavera del 1843, prima tiratura 1.500 copie. Il progetto è una confederazione dei maggiori Stati italiani, governati come monarchie consultive, sotto la presidenza moderatrice di un pontefice elettivo, con ruolo morale e arbitrale, non di governo diretto. Era attraente perché risolveva il problema nazionale senza rivoluzione: fra il 1843 e il 1848 fu il programma moderato dominante, non una curiosità. Gioberti fu presidente del Consiglio del Regno di Sardegna da dicembre 1848 a febbraio 1849.

Cesare Balbo, con Le speranze d'Italia (1844), corregge Gioberti su un punto decisivo: il problema vero è l'Austria, e una confederazione ha bisogno di un esercito moderno — che può essere solo quello sabaudo. Balbo anticipa così il passaggio dal papa al Piemonte come perno del progetto moderato. Il neoguelfismo muore nel 1848, quando il papa rifiuta di guidare una guerra nazionale contro l'Austria cattolica; e a certificarne la morte è Gioberti stesso, che nel novembre 1851, con Del rinnovamento civile d'Italia, lo abbandona.

Cattaneo

Il punto più frainteso di tutti: Cattaneo non era contro l'unità d'Italia, era contro l'accentramento. La sua formula è "Stati Uniti o Regni uniti" come unica forma possibile di unità, sul modello svizzero e statunitense, con l'Italia federale come cuore di una futura Europa federale. Dirige Il Politecnico dal 1839 al 1844, quarantun fascicoli fra economia, storia, filosofia e tecnologia.

Nelle Cinque giornate guida il Consiglio di guerra, impone disciplina, protegge i prigionieri austriaci e respinge le proposte di armistizio. La frase che gli viene attribuita sulla richiesta di aiuto a Carlo Alberto è tatticamente lucidissima: se il Piemonte accorre generosamente avrà la gratitudine di tutti, e "la parola gratitudine è la sola che possa fare tacere la parola repubblica". Cioè: se i Savoia arrivano come alleati la questione repubblicana si può accantonare, se arrivano come annessionisti no.

Il gesto che lo definisce è il rifiuto: eletto deputato in cinque collegi nel marzo 1860 e poi a Milano nel 1867 — nel collegio che era stato di Cavour — non prende mai il seggio, perché rifiuta il giuramento di fedeltà alla monarchia. Muore a Castagnola, presso Lugano, nel 1869. Il federalismo perde senza essere mai messo ai voti.

Lo snodo: la Società Nazionale Italiana

Fondata a Torino nell'agosto 1857 da Daniele Manin, Giorgio Pallavicino e Giuseppe La Farina, con Garibaldi vicepresidente onorario, salda i moderati con una parte dei democratici. Manin muore il 22 settembre 1857. La sua formula, riportata dalla letteratura storica, è il documento politico del decennio: accetto la monarchia purché sia unitaria, accetto la Casa di Savoia purché contribuisca lealmente ed efficacemente a fare l'Italia, "se no, no". Il punto storicamente rilevante è che l'unitarismo entra nella politica sabauda dal basso, attraverso questa pressione, e non dalla testa di Cavour.

Una nota su tutte le frasi virgolettate di questa sezione: provengono da fonti secondarie affidabili, non da edizioni critiche. In una verifica scritta conviene introdurle con "secondo la formula riferita da", non spacciarle per trascrizioni d'archivio.


Le tre guerre d'indipendenza: date, alleanze, esiti



Le tre guerre si distinguono per chi combatte con chi, non per chi vince le battaglie. Il 1866 lo dimostra in modo quasi didattico: l'Italia perde a Custoza e a Lissa e ottiene comunque il Veneto, perché a decidere la guerra è la Prussia a Sadowa.

GuerraDateAlleanzeBattaglie chiaveAtto che chiudeOttieneNon ottiene
Prima23 marzo 1848 – 22 agosto 1849Regno di Sardegna con volontari e contingenti italiani, ritirati papa e Borbone fra aprile e maggio 1848Goito, Custoza, Novaraarmistizio Salasco 9 agosto 1848, Vignale 24 marzo 1849, Pace di Milano 6 agosto 1849nulla, e paga 75 milioni di franchiLombardia, Veneto, e perde le repubbliche del 1849
Seconda26 aprile – 11 luglio 1859Regno di Sardegna con la Francia di Napoleone IIIMagenta, Solferino e San Martinoarmistizio 8 luglio, preliminari 11 luglio, Pace di Zurigo 10 novembre 1859Lombardia, poi Toscana ed Emilia per plebiscitoVeneto, Mantova e Peschiera; cede Nizza e Savoia
Terza20 giugno – 12 agosto 1866Regno d'Italia alleato della PrussiaCustoza, Lissa, Bezzeccaarmistizio di Cormons 12 agosto, Pace di Vienna 3 ottobre 1866il Veneto e Mantova, per via franceseTrentino, Venezia Giulia, Trieste

Prima guerra d'indipendenza

Carlo Alberto dichiara guerra il 23 marzo 1848, il giorno dopo la fine delle Cinque giornate. Le vittorie iniziali ci sono — ponte di Goito l'8 aprile, Pastrengo il 30 aprile, Curtatone e Montanara il 29 maggio con i battaglioni universitari toscani e napoletani, Goito e la resa di Peschiera il 30 maggio — ma il fronte politico si sfalda prima di quello militare: il 29 aprile 1848 l'allocuzione di Pio IX sfila la Chiesa dalla guerra, il 15 maggio Ferdinando II richiama le truppe napoletane. A fine luglio (22-27; Treccani 23-25) la sconfitta di Custoza rovescia la campagna. L'armistizio Salasco del 9 agosto 1848 è sottoscritto dal generale Carlo Canera di Salasco e dal generale Heinrich von Hess. Sul luogo le fonti divergono, e la guida non sceglie: Treccani scrive che fu firmato a Milano, le ricostruzioni di dettaglio e la tradizione locale indicano Vigevano, nel palazzo vescovile che ospitava il quartier generale di Carlo Alberto. Il documento reca in calce "Dal quartier generale di Milano", ed è da lì che nasce l'oscillazione.

Le ostilità riprendono il 20 marzo 1849 e finiscono tre giorni dopo: il 23 marzo 1849, a Novara, la sconfitta è decisiva. La sera stessa Carlo Alberto abdica in favore di Vittorio Emanuele II e parte per l'esilio a Oporto, dove muore il 28 luglio 1849. Segue l'armistizio di Vignale (24 marzo), poi la Pace di Milano del 6 agosto 1849 — non il 10 agosto, come si legge spesso — con 75 milioni di franchi di indennità. La guerra si chiude davvero il 22 agosto 1849, con la capitolazione di Venezia dopo assedio, bombardamento e colera.

Seconda guerra d'indipendenza

L'ultimatum austriaco è del 23 aprile 1859, il rifiuto piemontese del 26 aprile (la data che Treccani usa come inizio), l'invasione austriaca del 29 aprile: tre date d'inizio circolanti, tutte difendibili purché si dica quale atto si sta datando. Magenta, il 4 giugno, apre Milano; il 24 giugno si combattono nello stesso giorno Solferino (i francesi) e San Martino (i piemontesi), ed è da quella giornata che Henry Dunant trarrà l'idea della Croce Rossa.

Qui sta l'errore più frequente di tutta la seconda guerra. L'8 luglio 1859 si firma a Villafranca di Verona un armistizio militare. L'11 luglio Napoleone III e Francesco Giuseppe concordano direttamente, senza il Piemonte, i preliminari di pace: Lombardia all'Italia per il tramite della Francia, Veneto all'Austria, Mantova e Peschiera all'Austria, progetto di confederazione italiana presieduta dal papa. Il 12 luglio Vittorio Emanuele II controfirma con riserva, "per quanto mi concerne"; Cavour si dimette. Scrivere "armistizio di Villafranca dell'11 luglio" è impreciso, e lo si trova anche su siti istituzionali. La Pace di Zurigo del 10 novembre 1859 formalizza il tutto. Il conto si chiude il 24 marzo 1860 con il Trattato di Torino: Nizza e Savoia alla Francia, ratificato dalla Camera il 29 maggio e dal Senato il 10 giugno 1860.

Terza guerra d'indipendenza

Il trattato di alleanza italo-prussiana è dell'8 aprile 1866, con validità tre mesi. La Prussia attacca il 15 giugno, l'Italia dichiara guerra il 20 giugno. Poi due sconfitte e una vittoria: Custoza il 24 giugno e Lissa il 20 luglio (Persano contro Tegetthoff, affondano la Re d'Italia e la Palestro), e in mezzo Bezzecca il 21 luglio, vinta da Garibaldi al comando del Corpo Volontari Italiani — non dei Cacciatori delle Alpi, che erano il 1859.

A decidere è Sadowa, il 3 luglio 1866. Il 26 luglio i preliminari di Nikolsburg fra Prussia e Austria prevedono già la cessione del Veneto all'Italia per il tramite della Francia: l'Italia arriva dopo, e deve accettare condizioni negoziate dall'alleato. L'armistizio italo-austriaco è quello di Cormons, 12 agosto 1866, firmato dai generali Agostino Petitti Bagliani di Roreto e Karl Möring; il documento è conservato all'Archivio di Stato di Trieste. Il 9 agosto, da Bezzecca, Garibaldi aveva telegrafato "Obbedisco" rinunciando alla marcia su Trento: diciannove giorni dopo la battaglia, non il giorno dopo.

La Pace di Vienna del 3 ottobre 1866 cede il Veneto alla Francia, che lo trasferisce all'Italia: il Veneto non passa per cessione diretta dell'Austria, ed è un dato che pesò a lungo nel dibattito politico italiano. Il plebiscito delle province venete e di Mantova si tiene il 21-22 ottobre 1866 a suffragio universale maschile e dà 647.246 sì contro 69 no, con 371 schede nulle su 647.686 votanti e un'affluenza superiore all'85 per cento. La procedura è la stessa dei plebisciti del 1860, con gli stessi limiti — voto palese, quesito senza alternativa, organizzazione in mano alle nuove autorità, territorio già ceduto per trattato e occupato dall'esercito italiano: sui criteri con cui si leggono questi voti, tutti quanti, vedi la sezione 8. L'annessione è formalizzata dal R.D. 4 novembre 1866 n. 3300, convertito in legge il 18 luglio 1867. Restano fuori Trentino, Venezia Giulia e Trieste: da lì nasce l'irredentismo.


Il 1860 e la nascita del Regno: dai Mille alla legge del 17 marzo 1861



La spedizione dei Mille è un'operazione militare e politica insieme, e va letta accanto a quello che nello stesso tempo fa Cavour. Il governo di Torino nega pubblicamente ogni appoggio, tollera tacitamente l'arruolamento dei volontari, e poi muove l'esercito regolare per contenere l'esito. Non è appoggio né ostacolo: è una posizione a tre tempi.

Data 1860TappaChe cosa succede
notte 5-6 maggioQuarto, presso Genovapartenza sui piroscafi Piemonte e Lombardo
11 maggioMarsalasbarco, con due navi britanniche in rada
14 maggioSalemiGaribaldi assume la dittatura "in nome di Vittorio Emanuele"
15 maggioCalatafimivittoria sul generale Landi, arrivano le squadre siciliane
27-30 maggioPalermopresa della città, capitolazione borbonica il 6 giugno
20 luglioMilazzol'esercito borbonico abbandona la Sicilia
19-20 agostoStretto di Messinasbarco a Melito di Porto Salvo
7 settembreNapoliGaribaldi entra in treno, senza combattere
11 settembreconfine pontificio35.000 uomini dell'esercito sardo invadono lo Stato pontificio
18 settembreCastelfidardoCialdini batte l'esercito pontificio di Lamoricière
26 settembre – 2 ottobreVolturnoGaribaldi ferma la controffensiva borbonica
26 ottobrepresso Vairanoincontro con Vittorio Emanuele II

Sui numeri conviene essere precisi proprio perché la cifra tonda è famosa: le stime storiografiche parlano di circa 1.150 partiti da Genova e 1.089 sbarcati a Marsala; Treccani indica 1.084 partecipanti. Sono stime, non un censimento: l'elenco ufficiale dei Mille fu compilato a posteriori e la sua composizione è stata discussa. A Calatafimi le perdite garibaldine furono 32-33 morti e 174 feriti, quelle borboniche 35-36 morti e circa 150 feriti: una battaglia piccola, decisiva per il morale.

L'invasione dello Stato pontificio dell'11 settembre non serve solo a prendere Marche e Umbria: serve a fermare Garibaldi prima che marci su Roma, cosa che avrebbe provocato l'intervento francese. È la mossa che consegna il Mezzogiorno allo Stato e non alla dittatura garibaldina. La guerra intanto non finisce con l'ingresso a Napoli: Gaeta si arrende il 13 febbraio 1861, la cittadella di Messina il 12 marzo, Civitella del Tronto il 20 marzo 1861 — cioè tre giorni dopo la proclamazione del Regno.

Come nasce il Regno d'Italia: sette passi

DataAttoOrgano
18 febbraio 1861si apre il primo Parlamento italianoTorino, Palazzo Carignano
21 febbraio 1861Cavour presenta il disegno di leggeSenato, Palazzo Madama
26 febbraio 1861approvazione, 129 favorevoli e 2 contrariSenato
11 marzo 1861Cavour presenta il testo già votatoCamera
14 marzo 1861approvazione per acclamazione, seduta solenneCamera
17 marzo 1861promulgazione della legge n. 4671il Re, con otto ministri controfirmatari
18 marzo 1861pubblicazioneGazzetta Ufficiale n. 68

Il testo è di un solo articolo: «Il Re Vittorio Emanuele II assume per sè e pei suoi successori il titolo di Re d'Italia.» Non ci fu nessuna cerimonia, nessun proclama dal balcone: il Regno d'Italia nasce per legge. C'è anche un dettaglio giuridico che quasi nessuno riporta: al momento della promulgazione l'intitolazione reca ancora i titoli sabaudi — Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme — perché è quella stessa legge a conferire il titolo nuovo.

La formula famosa "per grazia di Dio e per volontà della Nazione, Re d'Italia" non è nella legge del 17 marzo. È stabilita dalla legge 21 aprile 1861 sull'intitolazione degli atti, discussa alla Camera nella seduta del 16 aprile 1861. Il dibattito fu vero: Giuseppe Ferrari chiese che il re fosse "Vittorio Emanuele I", trattandosi di uno Stato nuovo, e altri difesero il "II" come continuità dinastica; Miceli e Petruccelli della Gattina contestarono "per grazia di Dio" come residuo del diritto divino, D'Ondes-Reggio e Boggio lo difesero. Il mantenimento del numerale II non è una svista: è una scelta politica discussa in aula, e segnala continuità con lo Stato sabaudo anziché fondazione di uno Stato nuovo. È il dato tecnico su cui si innesta il dibattito storiografico della sezione 9.

Un'ultima precisazione sull'episodio più raccontato del 1860: l'incontro del 26 ottobre fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II non avvenne a Teano. La localizzazione oggi più accreditata è la Taverna della Catena, presso Vairano Patenora, sulla strada per Teano; altri studi hanno proposto località diverse. Il nome "Teano" si è imposto attraverso l'iconografia ottocentesca: è un ottimo esempio di come un'immagine costruisca un fatto.

Pubblicità

Il completamento: Veneto 1866, Roma 1870, capitale 1871



La questione romana è un problema diplomatico prima che militare, e il nodo si chiama Francia. Finché il presidio francese resta a Roma, Roma non si prende. Garibaldi ci prova due volte e fallisce due volte: ad Aspromonte, il 29 agosto 1862, è fermato e ferito dall'esercito italiano; a Mentana, il 3 novembre 1867, è battuto da truppe franco-pontificie armate dei nuovi fucili Chassepot. In mezzo, la Convenzione di settembre del 15 settembre 1864: la Francia ritira le truppe da Roma, l'Italia si impegna a non attaccarla, e il 3 febbraio 1865 la capitale passa a Firenze.

Lo sblocco arriva da fuori, ma non tutto insieme. Il 19 luglio 1870 scoppia la guerra franco-prussiana; nelle settimane successive il corpo d'occupazione francese viene richiamato e il 19 agosto si imbarca quasi per intero a Civitavecchia, lasciando Roma senza protezione. Il 2 settembre Napoleone III capitola a Sedan. Fra l'8 e il 10 settembre la missione di Ponza di San Martino a Pio IX viene respinta.

20 settembre 1870

Non fu una battaglia, e vale la pena dirlo con gli orari. Il bombardamento delle mura comincia verso le 5.00; la breccia — larga una trentina di metri — si apre verso le 9.30-9.35, nelle mura aureliane presso via Nomentana, accanto a Porta Pia, fra Porta Pia e Porta Salaria: la porta rimase in piedi. Verso le 10.00 sale la bandiera bianca sulla cupola di San Pietro, per ordine di Pio IX, che aveva prescritto una resistenza puramente simbolica, sufficiente a documentare la violenza subita. La capitolazione è firmata alle 17.30 dal generale Hermann Kanzler, a Villa Albani.

Le forze: Raffaele Cadorna con circa 50.000 uomini contro circa 13.600 pontifici (8.300 regolari e 5.324 volontari, fra cui gli zuavi). Le perdite: 32 morti e 143 feriti fra gli italiani, 15 morti e 68 feriti fra i pontifici, cifra per la quale circola anche il valore 19-20. Meno di cinquanta morti in tutto: chi racconta Porta Pia come una battaglia campale sta descrivendo un quadro, non un evento.

Dalla breccia alla capitale: cinque atti in cinque mesi

DataAttoEffetto giuridico
20 settembre 1870breccia e capitolazioneoccupazione militare della città
2 ottobre 1870plebiscito di Roma e del Lazioconsultazione popolare, affluenza intorno all'80,7%
9 ottobre 1870R.D. n. 5903"Roma e le province romane fanno parte integrante del Regno d'Italia"
3 febbraio 1871legge n. 33trasferimento della capitale da Firenze a Roma
13 maggio 1871Legge delle Guarentigie n. 214atto unilaterale sui rapporti con la Santa Sede

Sul plebiscito del 2 ottobre 1870 questa guida non pubblica il numero assoluto dei sì: le fonti consultate danno due serie incompatibili, 133.681 sì contro 1.507 no in un caso e 174.466 sì contro 1.553 no in un altro, verosimilmente per la differenza fra città e provincia. Finché non si risolve, il dato solido è la proporzione schiacciante e l'affluenza intorno all'80,7 per cento. Sulla procedura vale esattamente quanto la sezione 8 dice per il 1860 e per il 1866: suffragio universale maschile, voto palese, quesito senza alternativa, organizzazione in mano alle nuove autorità — e un voto che arriva dodici giorni dopo la presa della città con le armi.

Due precisazioni finali. Già la sera del 20 settembre è occupata tutta Roma tranne la Città Leonina, che Cadorna aveva deliberatamente lasciato fuori; il 21 settembre, su richiesta della Santa Sede per timore di disordini, le truppe italiane entrano anche nella Città Leonina — è il passaggio politicamente più delicato di quei giorni; il 27 settembre occupano Castel Sant'Angelo. E il trasferimento della capitale non fu un evento istantaneo: la legge è del 3 febbraio 1871, ma gli uffici si spostano nei mesi successivi e il re entra a Roma il 2 luglio 1871. Scrivere che il 20 settembre 1870 Roma divenne capitale è sbagliato di oltre quattro mesi, un plebiscito e due atti normativi.

La Legge delle Guarentigie del 13 maggio 1871 è un atto unilaterale dello Stato italiano, e come tale viene respinta da Pio IX con l'enciclica Ubi nos del 15 maggio 1871. Segue il non expedit, cioè l'indicazione ai cattolici di non partecipare alle elezioni politiche del Regno: la frattura fra Stato e Chiesa resterà aperta fino al 1929.


Il Mezzogiorno e l'Unità: plebisciti, brigantaggio, Bronte, questione meridionale



È la parte su cui si trova in rete la maggior quantità di materiale militante, in entrambe le direzioni. Qui si guarda la procedura e i documenti, e dove le cifre sono contese si dice chi le sostiene.

I plebisciti

Il voto del 21 ottobre 1860 si tiene a suffragio universale maschile (uomini dai 21 anni compiuti). Non è però "la prima e unica volta nell'Ottocento italiano": è la regola di tutti i plebisciti di annessione — 1848, marzo 1860 in Toscana ed Emilia, ottobre-novembre 1860 nel Mezzogiorno, in Sicilia, nelle Marche e in Umbria, 1866 in Veneto e a Mantova, 1870 a Roma e nel Lazio. Resta un'eccezione rispetto alle elezioni politiche ordinarie del Regno, che erano e restarono censitarie: dopo il 1861 votava una quota minima dei maschi adulti. Ma il voto è palese, con la procedura che Treccani descrive così: tre urne, una vuota nel mezzo e due laterali contenenti le schede prestampate con il sì e con il no, da cui ciascun votante prende quella che preferisce e la depone nell'urna vuota. Il quesito è unico e senza alternativa: si approva o si respinge una sola formula. Negli atti ufficiali siciliani risultano comuni che votarono per acclamazione.

E il 21 ottobre 1860 la guerra non era finita: Capua capitola il 2 novembre, Gaeta il 13 febbraio 1861, Messina il 12 marzo, Civitella del Tronto il 20 marzo 1861. Si votò in territorio militarmente controllato dai vincitori, con l'organizzazione in mano ai vincitori.

Va detto subito, perché è il punto su cui la letteratura militante lavora meglio: questi criteri non valgono solo per il Sud. Suffragio universale maschile, voto palese — Treccani parla di "voto segreto in pubblico" per l'intera serie —, quesito senza alternativa, organizzazione in mano al vincitore e territorio sotto controllo militare descrivono allo stesso modo il 1860 nel Mezzogiorno, il 1866 in Veneto e il 1870 a Roma. Il plebiscito meridionale non fa eccezione né in peggio né in meglio: nel Veneto il dissenso registrato è ancora più esiguo (69 no su oltre 647.000 votanti), e la quota di sì più alta di tutte, il 99,9 per cento, è quella di Mantova nel 1866. Chi presenta l'anomalia procedurale come una peculiarità del Sud sta facendo, rovesciata di segno, la stessa operazione che rimprovera agli altri.

Attenzione a come si legge la tabella: in Toscana e in Emilia non si votava "sì o no". La scheda offriva due opzioni alternative, "Unione alla Monarchia costituzionale del Re Vittorio Emanuele" oppure "Regno separato", e la seconda alludeva in modo volutamente ambiguo sia a un regno dell'Italia centrale sia alla restaurazione dei sovrani cacciati. Nelle province meridionali e in Sicilia, invece, si votava sì o no su una formula sola. Le due colonne, quindi, non misurano la stessa cosa.

TerritorioDataAdesioneAltra opzione o noAffluenza
Toscana11-12 marzo 1860unione 366.571regno separato 14.92571,9%
Emilia11-12 marzo 1860unione 426.006regno separato 75679,7%
Province napoletane21 ottobre 1860sì 1.302.064no circa 10.30079,5%
Sicilia21 ottobre 1860sì 432.053no 66775,2%
Marche4-5 novembre 1860sì 133.807no 1.21262,4%
Umbria4-5 novembre 1860sì 97.040no 38079,3%
Veneto e Mantova21-22 ottobre 1866sì 647.246no 69oltre 85%
Roma e Lazio2 ottobre 1870cifre discordanti fra le fonticifre discordanti fra le fonticirca 80,7%

L'osservazione utile non è quella che di solito si fa. I 14.925 voti toscani non sono "no" all'annessione: sono voti per un regno separato, cioè per l'altra opzione stampata sulla scheda, e non se ne può ricavare la misura di un'opposizione granducale organizzata. Se si cerca dove il dissenso pesò di più in termini relativi, il posto non è la Toscana ma le Marche, che nella serie del 1860 registrano la quota di sì più bassa. Il confronto numerico preciso però non lo diamo: le percentuali che circolano sono calcolate ora sui votanti, ora sugli aventi diritto, e accostarle produce paragoni fra basi diverse. I numeri assoluti della tabella qui sopra sono verificabili; le percentuali derivate dipendono da quale denominatore si sceglie, e vanno ricalcolate ogni volta dichiarandolo. Sui no napoletani le fonti oscillano fra 10.312 e 10.302, da cui il "circa" della tabella.

Sul piano storiografico, la prima cosa da sapere è che le due letture più citate non sono avversarie. Nella voce «I plebisciti e le elezioni» (Treccani, L'Unificazione) Gian Luca Fruci presenta la declinazione critica di Banti e Ginsborg (2007) e la versione classica di Isnenghi e Cecchinato (Fare l'Italia, UTET 2008) come due declinazioni della stessa interpretazione del Risorgimento come movimento di massa: entrambe tengono insieme il voto senza alternativa e controllato dalle élite liberal-costituzionali e, insieme, la portata popolare dell'evento. La formula "significativa occasione di accelerato e diffuso apprendistato politico" è di Fruci e vale per entrambe le letture: attribuirla a Isnenghi e Cecchinato come se fosse la loro tesi contro Banti è un errore di scuola. Lo stesso Fruci (in «Meridiana» 95, 2019) ricostruisce criticamente la genesi del discorso di delegittimazione — il "plebiscito farsa", nato in ambienti legittimisti — e rilegge il voto dentro il processo europeo di civilizzazione elettorale. Il lavoro più recente è il volume curato da Carmine Pinto, Il plebiscito del 1860 (Rubbettino, 2025), basato su ricerca d'archivio provincia per provincia. Il perfezionamento giuridico dell'annessione arriva con i regi decreti 17 dicembre 1860 nn. 4498 e 4499.

Il brigantaggio postunitario

Fase acuta 1861-1865. Non è un fenomeno unitario: ci sono dentro criminalità comune, rivolta contadina per le terre demaniali promesse e mai quotizzate, reazione alla leva militare, legittimismo finanziato da Francesco II in esilio a Roma, opposizione clericale.

Sulla leva conviene essere esatti, perché è il punto in cui si sbaglia più spesso in una direzione sola: non era una novità assoluta. Il Regno delle Due Sicilie aveva la coscrizione obbligatoria per sorteggio, riordinata da Ferdinando II con le disposizioni del 1834, con largo ricorso a esenzioni e alla surrogazione a pagamento. Quello che cambia dopo il 1861 non è l'esistenza dell'obbligo ma la sua dimensione e la chiusura delle vie d'uscita a cui le famiglie erano abituate: la legge 26 maggio 1861 n. 35 autorizza una leva di 56.000 uomini nelle sole province già borboniche. È per questo che la renitenza fu di massa.

Sulle truppe impiegate circolano due cifre che vanno tenute distinte, perché non contano la stessa cosa: le forze mediamente dedicate alla repressione fra il 1862 e il 1864, circa 105.000 uomini, valevano attorno ai due quinti delle forze armate italiane; la cifra di circa 120.000, riferita al momento di massimo impegno, comprende già Guardia Nazionale e Carabinieri. Sommarle in un'unica frase — "120.000 uomini, due quinti dell'esercito, più Guardia Nazionale e Carabinieri" — significa contare due volte.

CifraChi la sostieneSu quali fontiStato
5.212 uccisi o fucilati, 5.044 arrestati, 3.597 presentatisi (1861-1865)Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l'Unità, Feltrinelli 1964dati del Ministero della Guerra e della Camerariferimento storiografico, con l'avvertenza dello stesso Molfese che i dati ufficiali non sono affidabili
nessuna cifra proponibileRoberto Martucciserve uno spoglio sistematico degli archivi provincialisospensione del giudizio
ordini di grandezza attorno alle decine di migliaia di arrestatisintesi correntifonti secondarie non omogeneeda trattare come ordine di grandezza, non come dato
"oltre un milione di vittime"pubblicistica neoborbonica (Pino Aprile, Nicola Zitara)nessuna base documentariarespinta da Salvatore Lupo, Paolo Macry, Carmine Pinto, Alessandro Barbero

La Commissione parlamentare d'inchiesta lavora dal 29 novembre 1862 al 23 luglio 1863, presieduta da Giuseppe Sirtori, relatore Giuseppe Massari; la relazione è letta in comitato segreto il 3-4 maggio 1863 e pubblicata il 19 agosto 1863. Riconosce ampiamente le cause economiche e sociali, ma evita di discutere le responsabilità del governo, attribuendo il fenomeno all'attività di agenti borbonici e clericali.

La risposta legislativa è la legge Pica, 15 agosto 1863 n. 1409: competenza ai tribunali militari, banda brigantesca definita come gruppo di tre o più persone armate, fucilazione per chi oppone resistenza, punizione dei manutengoli, domicilio coatto per oziosi, vagabondi e sospetti. È la prima norma dello Stato unitario a nominare il camorrismo. Concepita come misura eccezionale di circa cinque mesi, fu prorogata dalla legge 7 febbraio 1864 n. 1661 ed estesa alle province siciliane, dove il brigantaggio era minimo e serviva soprattutto contro la renitenza alla leva: restò in vigore fino al 31 dicembre 1865. Le cifre di applicazione che circolano sono incoerenti fra loro e qui non vengono pubblicate.

Il caso più discusso è Pontelandolfo e Casalduni. L'11 agosto 1861 quarantacinque militari italiani sono uccisi a Casalduni; il 14 agosto scatta la rappresaglia ordinata dal generale Enrico Cialdini ed eseguita da circa mille uomini al comando del colonnello Negri: i due paesi vengono incendiati. Sulle vittime civili il quadro va diviso in tre, non in due. Documentato dalla parte italiana, e non da fonte avversa: l'ordine di rappresaglia di Cialdini, l'incendio integrale dei due paesi, centinaia di case distrutte, la popolazione rimasta senza tetto. Documentato sui civili uccisi: tredici morti con nomi e dati anagrafici nel registro parrocchiale, secondo la ricerca di Davide Fernando Panella ripresa da Giancristiano Desiderio (Pontelandolfo 1861, Rubbettino 2019) — è un minimo accertato, non un conteggio completo, perché un registro parrocchiale non registra chi morì fuori dalla parrocchia, chi non fu identificato e chi morì dopo; le ricostruzioni disponibili oscillano fra tredici e diciassette. Conteso: le cifre alte, dalle centinaia al migliaio, che risalgono a Giacinto De Sivo, storico filoborbonico che allora si trovava a Roma e non cita fonti. Il numero reale non è stabilito, e dire "furono tredici" è tanto scorretto quanto dire "furono mille".

Bronte, agosto 1860

Il 2 giugno 1860 Garibaldi, dittatore in Sicilia, decreta la divisione delle terre demaniali comunali fra i cittadini non proprietari, con una quota senza sorteggio a chi avesse combattuto. Il decreto non fu generalmente eseguito, per una ragione semplice: le amministrazioni comunali erano composte dagli stessi proprietari che avrebbero dovuto cedere le terre. A Bronte il conflitto era secolare, aggravato dal fatto che uno dei più grandi latifondi siciliani, la Ducea di Bronte, era dal 1799 proprietà della famiglia dell'ammiraglio Nelson.

Fra il 2 e il 5 agosto 1860 la sommossa fa 16 vittime, in prevalenza notabili e impiegati: un notaio, il cassiere comunale, una guardia municipale, un impiegato del catasto. Nino Bixio arriva il 6 agosto, quando la rivolta era già cessata. Seguono arresti, un tribunale militare straordinario con dibattimento sommario e, all'alba del 10 agosto 1860, la fucilazione di cinque uomini: l'avvocato Nicolò Lombardo, Nunzio Spitaleri, Nunzio Samperi, Nunzio Longhitano e Nunzio Ciraldo. Il processo ordinario davanti alla Corte d'assise di Catania si chiude il 12 agosto 1863: su un centinaio di imputati, 25 condanne all'ergastolo o ai lavori forzati a vita e 12 a pene detentive minori. Nessuna condanna a morte — ma il tribunale militare del 1860 ne aveva già eseguite cinque, e il processo regolare arriva tre anni dopo le fucilazioni.

Lucy Riall, La rivolta. Bronte 1860 (Laterza 2012), lavorando sul fondo Bronte dell'Archivio di Stato di Palermo, ricostruisce un quadro più complesso del solito scontro fra "ducali" e "comunisti": un conflitto fra fazioni della classe dirigente locale. E sostiene che le condanne furono ingiuste, perché le testimonianze indicano che Lombardo aveva cercato di frenare la violenza e che alcuni condannati non avevano preso parte agli omicidi.

Due errori simmetrici da evitare. Bronte non fu un massacro dei Savoia: Bixio era garibaldino e il Regno d'Italia sarebbe nato solo nel marzo 1861. E le sedici vittime della rivolta non rendono legittimo un processo di poche ore concluso con cinque fucilazioni. Da tenere fuori dalle fonti: Libertà di Verga (1882) e il film di Vancini (1972) sono opere d'arte, non documenti.

Che cosa cambiò materialmente nel 1861-1868

La critica all'unificazione sul piano economico non coincide con la pubblicistica del milione di morti, e lasciare che sia quella a rappresentarla è un modo per non discuterla. Le misure che cambiarono le condizioni materiali del Mezzogiorno sono documentate e datate, e sono queste.

MisuraAnnoChe cosa cambia
estensione della tariffa doganale piemontese1861dalla protezione borbonica al liberismo, con le manifatture meridionali esposte
leva di massa nelle province ex borboniche1861legge 26 maggio 1861 n. 35, 56.000 chiamati
unificazione amministrativa1865accentramento su modello sabaudo, la cosiddetta "piemontesizzazione"
liquidazione dell'asse ecclesiastico e vendita dei beni demaniali1866-1867terre messe in vendita che in larga parte rafforzano i proprietari già forti
imposta sul macinato1868colpisce il consumo di base, e seguono rivolte

E qui si dice chi sostiene cosa, come da regola. Nitti e Salvemini individuano in fiscalità, dogane e blocco fra industriali del Nord e agrari del Sud una causa concreta dell'arretratezza. Romeo, Lupo, Macry e Pinto sostengono che il divario non nasce lì, e che pesarono di più dotazione di capitale umano e assetti sociali preesistenti. È fra queste due posizioni che passa il dibattito serio: non fra la ricerca e la cifra da un milione di vittime.

La questione meridionale

L'espressione si afferma dagli anni Settanta dell'Ottocento, cioè dopo l'unificazione, con Pasquale Villari (Lettere meridionali), l'inchiesta privata di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino sulla Sicilia del 1876, e Giustino Fortunato con la tesi delle "due Italie". Francesco Saverio Nitti, in Nord e Sud (1900), dimostra con dati fiscali che fra il 1862 e il 1897 la ripartizione territoriale di entrate e spese pubbliche penalizzò il Mezzogiorno. Gaetano Salvemini, ne La questione meridionale (1898), individua nel blocco fra borghesia industriale del Nord e agrari del Sud la causa concreta dell'arretratezza.

Il dato meno contestato non è economico ma scolastico. Al censimento del 31 dicembre 1861 (che escludeva Veneto e Lazio, non ancora italiani) l'analfabetismo medio si colloca intorno al 75-78 per cento a seconda della base di calcolo, con punte attorno al 90 per cento in Calabria e Sicilia contro circa il 57 per cento in Piemonte. Qualunque sia la stima del reddito, il capitale umano al Sud era nettamente più basso già nel 1861 — ed è proprio la variabile che la ricerca recente indica come motore della divergenza successiva. Sul dibattito quantitativo, vedi la sezione 9.

Tre cose che i riassunti lasciano fuori e le tracce d'esame chiedono. L'inchiesta privata di Franchetti e Sonnino ha un corrispettivo pubblico nell'Inchiesta Jacini sull'agricoltura e sulle condizioni delle classi agricole (1877-1884). Dagli anni Ottanta la questione meridionale ha uno sbocco sociale di massa nell'emigrazione transoceanica. E nel 1926, in Alcuni temi della quistione meridionale, Gramsci formula la tesi del blocco fra industriali del Nord e agrari del Sud e dell'alleanza mancata fra operai settentrionali e contadini meridionali: è il testo gramsciano antologizzato nei manuali, e non va confuso con i Quaderni di cui si parla nella sezione 9.


I dibattiti storiografici aperti



Qui non si dà una risposta: si dà la mappa. Ogni voce ha lo stesso schema — su che cosa c'è accordo, cioè il fatto, e su che cosa si discute, cioè l'interpretazione, con i nomi e le opere. Saper dire "su questo punto Gramsci sostiene X e Romeo sostiene Y, e il dato su cui lavorano entrambi è Z" vale, in un orale, molto più di una posizione presa.

DibattitoPosizione APosizione BSu che cosa c'è accordo
Periodizzazione1815-1861/1870, storiografia politico-militare1796-1799, Banti e la storiografia culturale (una terza posizione porta al 1918)i fatti sono gli stessi, cambia il perimetro
Rivoluzione passivaGramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 19Rosario Romeo, Risorgimento e capitalismo, 1959la riforma agraria non ci fu
CavourDenis Mack Smith, Cavour and Garibaldi 1860, 1954Rosario Romeo, Cavour e il suo tempo, 1969-1984Plombières 1858 e il giudizio del 1856 su Manin
Élite o massaBanti (2000), con Pécout e Frétignécritica di metodo interna: Riall, Körner, Isabella, Brice su «Storica» 38 (2007)il canone risorgimentale esiste ed è documentato
I plebiscitila lettura come movimento di massa: Banti e Ginsborg (2007), Isnenghi e Cecchinato (2008)il discorso legittimista del "plebiscito farsa", ricostruito da Frucila procedura: voto palese, quesito unico, guerra in corso
Il brigantaggioFranco Molfese (1964), rivolta contadina e lettura socialeLupo (2011) e Pinto (2019), guerra civile interna al Mezzogiornonon fu né resistenza eroica né puro banditismo
Il divario Nord-SudDaniele e Malanima, divario minimo nel 1861Emanuele Felice, divario già presentealfabetizzazione, statura e povertà davano il Sud indietro già intorno all'Unità

1. Rivoluzione passiva: Gramsci contro Romeo

Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere (scritti fra il 1929 e il 1935; il Quaderno 19, monografico sul Risorgimento, è del 1934-35; edizione tematica Einaudi del 1949, edizione critica Gerratana 1975), definisce il Risorgimento una "rivoluzione passiva" e, nel Quaderno 1, una "rivoluzione senza rivoluzione": trasformazione condotta dall'alto, senza il coinvolgimento delle masse contadine, perché il Partito d'Azione non fece propria la rivoluzione agraria. Esito: egemonia dei moderati, trasformismo, frattura permanente fra Stato e società civile.

Rosario Romeo, in Risorgimento e capitalismo (Laterza 1959, da saggi del 1956 e 1958), risponde su due piani: la rivoluzione agraria non era politicamente praticabile, e una redistribuzione della terra avrebbe impedito l'accumulazione originaria di capitale che finanziò l'industrializzazione di fine secolo. Nel 1986, con l'ultimo volume della sua Storia dell'Italia moderna, Giorgio Candeloro rettifica dall'interno del campo marxista le proprie posizioni filo-gramsciane.

Due avvertenze. La prima è terminologica, e conta più di quanto sembri. L'espressione che Gramsci conia è "rivoluzione senza rivoluzione", nella prima stesura del Quaderno 1; "rivoluzione passiva" non è sua: è di Vincenzo Cuoco, che l'aveva usata per il 1799 nel Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, e Gramsci lo dichiara lui stesso in un'aggiunta successiva al Quaderno 1 ("o rivoluzione passiva secondo l'espressione di V. Cuoco"). "Rivoluzione mancata" e "riforma agraria mancata" sono invece formule riassuntive della manualistica, non citazioni letterali. Chiedere di chi sia davvero "rivoluzione passiva" è una domanda di controllo classica all'orale. La seconda è di metodo: è un dibattito su un controfattuale, su che cosa sarebbe successo se. Per questo non si è mai chiuso.

2. Cavour: regista o inseguitore?

Denis Mack Smith (Cavour and Garibaldi 1860, Cambridge University Press 1954) sostiene che è un mito, costruito a posteriori da Cavour stesso, che egli abbia guidato o benedetto l'impresa dei Mille: il suo obiettivo non era l'unità politica, ma impedire che la spinta rivoluzionaria delle camicie rosse desse potere a forze radicali. Rosario Romeo (Cavour e il suo tempo, tre volumi, 1969-1984) legge invece un leader liberale mosso da ideali autentici. Il dissenso fu anche personale. I fatti su cui entrambi lavorano sono gli stessi: a Plombières il progetto era una confederazione, nel 1856 Cavour giudicava utopistico l'unitarismo di Manin, nel 1860 l'unità si fece. Conversione sincera, adattamento tattico o costrizione degli eventi: la domanda è legittima e aperta.

3. Élite o movimento di massa

Alberto Mario Banti, con La nazione del Risorgimento (Einaudi 2000), sposta la domanda: ricostruisce il "canone risorgimentale", cioè i testi — romanzi, melodrammi, poemi, pittura — attraverso cui un gruppo di intellettuali di primo Ottocento narrò la nazione come comunità naturale fondata su parentela, santità e onore, e studia come quei testi furono ricevuti. La nazione è una costruzione discorsiva, ma dotata di enorme forza comunicativa. Lucy Riall, Axel Körner, Maurizio Isabella e Catherine Brice hanno discusso criticamente questa impostazione (su «Storica» 38, 2007, con replica di Banti), contestando in particolare la definizione di "movimento di massa", l'estetica della ricezione e il peso attribuito al discorso rispetto alle pratiche sociali. È una critica di metodo interna alla nuova storiografia, e va tenuta distinta da un'altra cosa: la tradizione interpretativa anteriore che negava del tutto la partecipazione popolare, cioè Alfredo Oriani (1892), per il quale il 1861 fu "un compromesso fra due impotenze", e Piero Gobetti (Risorgimento senza eroi, 1926). Mettere Riall nello stesso schieramento di Oriani e Gobetti è un errore: nei suoi lavori su Garibaldi ha semmai documentato l'ampiezza dell'entusiasmo popolare.

4. Il divario Nord-Sud esisteva già nel 1861?

È il dibattito più vivo, ed è quantitativo. Vittorio Daniele e Paolo Malanima (Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011, Rubbettino 2011) stimano nel 1861 un divario di reddito pro capite non superiore al 10 per cento, e collocano la divergenza vera all'inizio del Novecento: nel 1861 l'industrializzazione non era partita da nessuna parte. Emanuele Felice (Perché il Sud è rimasto indietro, il Mulino 2013, e la replica del 2014) stima un divario già presente nel 1871 e di circa il 26 per cento nel 1911, e contesta la replicabilità dell'interpolazione dei due. Sulla cifra del 1871 conviene dire quale rapporto si sta misurando, perché è lì che nascono i numeri discordanti che si leggono in giro: 15 per cento se si calcola di quanto il Sud sta sotto il Nord, 18 per cento se si calcola di quanto il Nord supera il Sud — sono lo stesso dato letto in due versi — e meno del 10 per cento se il confronto si fa a parità di potere d'acquisto. Per il 1861 Felice colloca il prodotto del Mezzogiorno fra il 75 e l'80 per cento di quello del Centro-Nord, ammettendo esplicitamente una forte incertezza. Giovanni Federico, Alessandro Nuvolari e Michelangelo Vasta, sul «Journal of Economic History» (2019), costruiscono una serie di salari reali e trovano il divario Nord-Ovest/Sud già sostanziale nel 1861.

Il terreno d'accordo esiste, ma è più stretto di come lo si cita di solito. Su alfabetizzazione, statura media dei coscritti e povertà assoluta il Mezzogiorno stava peggio già intorno all'Unità, e su questo non si discute. Sull'aspettativa di vita il terreno è meno solido di quanto sembri, e per una ragione tecnica prima che interpretativa: le stime regionali disponibili — la serie di Emanuele Felice e Michelangelo Vasta sull'indice di sviluppo umano — partono dal 1871, non dal 1861, e prima di quella data mancano riferimenti affidabili per regione. Metterla nell'elenco delle cose accertate "già nel 1861" è un passo più lungo del dato.

Sulle cause si discute a parte: Gramsci ed Emilio Sereni indicano la rivoluzione agraria mancata, Romeo la nega, Felice punta sulle classi dirigenti meridionali e sulla rendita, Nitti e Salvemini insistono su fiscalità e blocco agrario-industriale. Va tolta di mezzo un'attribuzione che circola e non regge: Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli non sostengono che liberalizzazione e infrastrutture post-unitarie giovarono al Sud. La loro ricostruzione quantitativa della produzione industriale regionale (La produzione industriale delle regioni d'Italia, 1861-1913, Banca d'Italia) argomenta un'altra cosa: che nel 1861 le due aree erano all'incirca ugualmente arretrate — nel valore aggiunto industriale la Campania era anzi in testa — e che la divergenza si apre più tardi, con la concentrazione della crescita nel Nord-Ovest. Salvatore Lupo, Paolo Macry e Marta Petrusewicz rifiutano il dualismo rigido e parlano di un Mezzogiorno "a macchia di leopardo".

Box di metodo: revisione storiografica e pubblicistica militante

Sono due cose diverse e vanno tenute distinte. La revisione accademica — Banti, Riall, Lupo, Pinto, De Francesco — è il normale lavoro della ricerca, e ha effettivamente ridimensionato parecchi miti risorgimentali, dal "mito di Vignale" alla spontaneità dell'adesione meridionale. La pubblicistica neoborbonica opera fuori dal circuito della ricerca e con finalità politiche, e la storiografia accademica la tratta come controstoria militante, non come revisionismo storiografico in senso proprio. Qui niente virgolette e nessuna attribuzione generica a un'enciclopedia: è un giudizio di questa guida, e come tale va discusso, non citato. Simmetricamente, il 150° anniversario del 2011 ha prodotto molta retorica celebrativa che, come osserva Andrea Ciampani, ignorava gli avanzamenti della ricerca dell'ultimo decennio.

Un esempio di revisione documentaria fatta bene: il "mito di Vignale". La versione tradizionale vuole che a Vignale, il 24 marzo 1849, Vittorio Emanuele II abbia resistito eroicamente a Radetzky, che avrebbe preteso l'abolizione dello Statuto Albertino — da qui l'epiteto di "Re galantuomo". Sulla base degli archivi austriaci, Denis Mack Smith ha mostrato che Radetzky non chiese affatto l'abolizione dello Statuto, e anzi ammorbidì le condizioni per sostenere il giovane re contro i democratici del parlamento subalpino. Una fonte d'archivio che smonta un'agiografia scolastica: è esattamente così che funziona.

E un'ultima segnalazione utile: Antonino De Francesco, La palla al piede (Feltrinelli 2012), mostra che il pregiudizio antimeridionale ha radici settecentesche, cioè precedenti all'unificazione, e che la sua politicizzazione ha condizionato la vita nazionale successiva.


Errori tipici, smontati uno per uno



Formato fisso: che cosa si dice, che cosa risulta, dove si controlla.

1. "Nel 1861 l'Italia era unita." Il fatto: al 17 marzo 1861 mancavano Veneto e Mantova, Roma e il Lazio, Trentino, Venezia Giulia e Trieste; Nizza e Savoia erano state cedute alla Francia un anno prima. Si controlla sul Trattato di Torino del 24 marzo 1860 e sui decreti di annessione del 1866 e del 1870.

2. "Il Regno fu proclamato il 14 marzo, con una cerimonia solenne." Il fatto: il 14 marzo è l'approvazione della Camera; la promulgazione è del 17 marzo, legge n. 4671, e non ci fu nessun atto performativo. Il Regno d'Italia nasce per legge. Si controlla sul testo della legge e sugli atti parlamentari.

3. "La legge del 17 marzo dice 'per grazia di Dio e per volontà della Nazione'." Il fatto: quella formula è della legge 21 aprile 1861 sull'intitolazione degli atti, discussa alla Camera il 16 aprile. Si controlla sul testo delle due leggi.

4. "Cavour voleva l'Italia unita fin dall'inizio." Il fatto: a Plombières (21 luglio 1858) progettava una confederazione sotto presidenza onoraria del papa, e nel 1856 giudicava utopistico l'unitarismo di Manin. Si controlla sul Dizionario Biografico Treccani e sulla lettera al re del 24 luglio 1858.

5. "Cavour appoggiò la spedizione dei Mille." Il fatto: negò pubblicamente, tollerò tacitamente l'arruolamento, poi mosse l'esercito regolare per contenerne gli effetti politici. Tre tempi, non un appoggio. Si controlla sulla cronologia dell'11 settembre 1860.

6. "Garibaldi era mazziniano" oppure "Garibaldi voleva la repubblica e Mazzini la monarchia." Il fatto: Garibaldi aderì alla Giovine Italia nel 1833, e negli anni Cinquanta se ne allontanò; nel 1857 è vicepresidente onorario della Società Nazionale, nel 1860 salpa sotto il motto "Italia e Vittorio Emanuele" e il 14 maggio assume a Salemi la dittatura "in nome di Vittorio Emanuele". Mazzini resta repubblicano fino alla fine.

7. "I Mille erano mille." Il fatto: le stime parlano di circa 1.150 partiti da Genova e 1.089 sbarcati a Marsala; Treccani indica 1.084. È un'etichetta, non un conteggio: l'elenco ufficiale fu compilato a posteriori.

8. "Eran trecento, eran giovani e forti." Il fatto: è un verso di Luigi Mercantini, scritto dopo i fatti. Con Pisacane partirono da Genova circa 25-30 uomini il 25 giugno 1857; i "trecento" sono i detenuti liberati allo scalo di Ponza. Poesia e cronaca non coincidono.

9. "A Teano Garibaldi consegnò l'Italia al Re." Il fatto: l'incontro del 26 ottobre 1860 avvenne, ma con ogni probabilità alla Taverna della Catena presso Vairano; scena e parole sono ricostruzione iconografica, e il trasferimento dei poteri avvenne per atti successivi.

10. "Nel 1859 l'Italia ottenne il Lombardo-Veneto" e "Solferino è del 1866." Il fatto: Solferino e San Martino sono del 24 giugno 1859; nel 1859 l'Italia ottiene la sola Lombardia, e il Veneto resta austriaco fino al 1866.

11. "Roma è capitale dal 20 settembre 1870." Il fatto: plebiscito il 2 ottobre, annessione con R.D. del 9 ottobre, trasferimento della capitale con la legge 3 febbraio 1871, ingresso del re il 2 luglio 1871.

12. "I plebisciti furono truccati" e, all'opposto, "i plebisciti provano che il Sud voleva l'Italia." Il fatto: nessuna delle due. La falsificazione su larga scala delle schede non è documentata, ma un voto palese, senza alternativa e con la guerra ancora in corso non misura un consenso libero in senso moderno. E vale per tutti i plebisciti di annessione, compresi quelli del Veneto nel 1866 e di Roma nel 1870, non solo per quelli meridionali. Si controlla sulla procedura, non sui totali.

13. "Un milione di morti nel brigantaggio" e "il Sud era più ricco del Nord." Il fatto: per il primo non esiste base documentaria, e Molfese, sui dati ufficiali del Ministero della Guerra e avvertendo lui stesso che quei dati non sono affidabili, conta 5.212 uccisi o fucilati fra il 1861 e il 1865 — i soli classificati come briganti, non i civili uccisi nelle rappresaglie. Il secondo nasce da una tabella di Nitti che misurava la sola moneta metallica circolante: è un confronto privo di senso, perché nel Centro-Nord circolavano anche carta moneta e moneta scritturale, quasi assenti nelle Due Sicilie. L'obiezione è antica, ma non è di Nitti: fu Giustino Fortunato a contestargli quella lettura, mentre Nitti quel dato lo metteva fra i segni della solidità finanziaria del Regno borbonico.

14. "A Bronte i Savoia massacrarono i contadini." Il fatto: Bixio era garibaldino e il Regno d'Italia non esisteva ancora; la rivolta aveva già fatto sedici vittime prima dell'arrivo delle truppe. Il che non rende legittimo un processo sommario chiuso con cinque fucilazioni all'alba del 10 agosto 1860.

Le frasi celebri: quali reggono e quali no

FraseAttribuita aStato
"Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco."Garibaldi, Bezzecca, 9 agosto 1866documentata: telegramma autografo conservato all'Archivio Centrale dello Stato
"...pose l'Italia in grado di fare da sé"Carlo Alberto, proclama del 23 marzo 1848documentata, ma lo slogan "L'Italia farà da sé" è una condensazione successiva
"Roma o morte"Garibaldi, Marsala, 19 luglio 1862documentata, con un precedente d'uso di segno opposto nel 1850
"Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani"Massimo d'Azeglionon testuale: il passo dei Ricordi non corrisponde all'autografo
"Saluto il primo Re d'Italia"Garibaldi, incontro del 26 ottobre 1860non documentata alla lettera: Treccani riferisce solo il contenuto del saluto
"Qui si fa l'Italia o si muore"Garibaldi a Bixio, Calatafimi, 1860non documentata: la fonte è Abba, e il Vocabolario Treccani la registra come frase attribuita

Due righe meritano un commento, perché sono le più utili in sede d'esame.

L'"Obbedisco" è l'unica fra le frasi pronunciate a voce e attribuite a Garibaldi di cui esista l'originale autografo: le altre — "Qui si fa l'Italia o si muore", "Saluto il primo Re d'Italia" — arrivano da memorialisti. Il proclama di Carlo Alberto del 23 marzo 1848 è documentato anch'esso, ma è un testo scritto e a stampa: non fa eccezione alla regola, è un genere diverso di fonte. Il telegramma partì da Bezzecca alle 10.11 del 9 agosto 1866, in risposta all'ordine di interrompere l'avanzata su Trento. Curiosità che vale come lezione di metodo: la lapide posta a Bezzecca nel 1966, per il centenario, riproduce per errore la copia d'arrivo trascritta da un telegrafista, e non l'originale firmato.

La frase di d'Azeglio è il caso più interessante, e va raccontato meglio di come circola. Non è semplicemente "falsa". Nell'edizione postuma dei Ricordi si legge un passo — "s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani" — di senso pessimistico e non programmatico; l'edizione curata da Alberto M. Ghisalberti nel 1949 ha però stabilito che quel passo non trova corrispondenza nel manoscritto autografo, e sarebbe dunque un'aggiunta redazionale. Ferdinando Martini, nel 1896, attribuì a d'Azeglio la massima nella forma nota appoggiandosi proprio a quel passo. Ma Claudio Gigante (in «Incontri», 26/2, 2011) ha mostrato che la massima circolava già prima del 1896 — nella pubblicistica del 1870, nelle lezioni napoletane di Francesco De Sanctis del 1872-73, in Leone Carpi nel 1878 — e che espressioni simili ricorrono in scritti autentici di d'Azeglio: da qui il titolo del suo articolo, una massima "da restituire a d'Azeglio". La formulazione corretta da usare è dunque: non testuale, ma autenticamente sua nello spirito.


Domande frequenti



Quando e come nasce il Regno d'Italia?
Con la legge 17 marzo 1861 n. 4671, un solo articolo: il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di Re d'Italia. Non ci fu nessuna cerimonia né proclama dal balcone, il Regno nasce per legge. L'iter era cominciato il 18 febbraio con l'apertura del primo Parlamento a Torino, ed era passato dal Senato il 26 febbraio, con 129 voti favorevoli e 2 contrari, e dalla Camera per acclamazione il 14 marzo.

Che cosa mancava all'Italia il 17 marzo 1861?
Il Veneto con Mantova, che arriverà nel 1866 dopo la terza guerra d'indipendenza; Roma e il Lazio, presi il 20 settembre 1870; Trentino, Venezia Giulia e Trieste, che arriveranno solo dopo la Prima guerra mondiale. In più, Nizza e Savoia erano state cedute alla Francia con il Trattato di Torino del 24 marzo 1860. La formula corretta da usare è quindi che nel 1861 nasce il Regno d'Italia, non l'Italia nei confini di oggi.

Perché la seconda guerra d'indipendenza finisce senza il Veneto?
Perché a chiuderla è la Francia, non l'Italia. L'8 luglio 1859 si firma a Villafranca un armistizio militare; l'11 luglio Napoleone III e Francesco Giuseppe concordano direttamente i preliminari di pace, senza il Piemonte: la Lombardia passa all'Italia per il tramite della Francia, mentre il Veneto resta austriaco insieme a Mantova e Peschiera. Vittorio Emanuele II controfirma con riserva il 12 luglio e Cavour si dimette. La Pace di Zurigo del 10 novembre 1859 formalizza tutto.

Qual è la differenza fra il progetto di Mazzini e quello di Cavour?
Sta in tre punti. Forma di Stato: repubblica per Mazzini, monarchia costituzionale per Cavour. Metodo: educazione e insurrezione popolare contro diplomazia e guerra regolare al fianco di una grande potenza. Chi guida: il popolo per atto di volontà contro lo Stato sabaudo. Attenzione però al dettaglio che quasi nessuno dice, e che in un orale fa la differenza: sulla struttura territoriale i due sono d'accordo, perché entrambi sono unitaristi accentratori e rifiutano il federalismo.

Cattaneo era contro l'unità d'Italia?
No, era contro l'accentramento. La sua formula è "Stati Uniti o Regni uniti" come unica forma possibile di unità, sul modello svizzero e statunitense, con le autonomie locali e municipali conservate. Rifiutò sia l'unitarismo repubblicano di Mazzini sia la fusione immediata con il Piemonte voluta dai filo-sabaudi. Eletto deputato più volte, non prese mai il seggio perché rifiutava il giuramento di fedeltà alla monarchia. Morì a Castagnola, presso Lugano, nel 1869.

Come si valutano i plebisciti del 21 ottobre 1860?
Guardando la procedura, non i totali. Si votò a suffragio universale maschile, che però non è una peculiarità di quel voto: è la regola di tutti i plebisciti di annessione, dal 1848 al 1870, ed è un'eccezione solo rispetto alle elezioni politiche ordinarie, che restarono censitarie. Si votò però in modo palese, con tre urne e schede prestampate, su un quesito unico senza alternativa e con la guerra ancora in corso, visto che Gaeta cadde solo il 13 febbraio 1861. Gli stessi limiti valgono per il Veneto nel 1866 e per Roma nel 1870: il plebiscito meridionale non fa eccezione, né in peggio né in meglio. Sul piano storiografico, la lettura critica di Banti e Ginsborg e quella classica di Isnenghi e Cecchinato non sono posizioni avversarie ma due declinazioni della stessa interpretazione del Risorgimento come movimento di massa. La falsificazione delle schede non è documentata.

Che cosa fu il brigantaggio postunitario?
Un fenomeno composito, acuto fra il 1861 e il 1865: criminalità comune, rivolta contadina per le terre demaniali promesse e mai divise, reazione alla leva — che non era una novità assoluta, perché i Borbone avevano la coscrizione per sorteggio, ma che dopo il 1861 cambia dimensione, con 56.000 chiamati nelle sole province ex borboniche — e legittimismo finanziato da Francesco II da Roma. Le forze impiegate furono in media circa 105.000 uomini fra il 1862 e il 1864, attorno ai due quinti delle forze armate, con punte vicine ai 120.000 contando anche Guardia Nazionale e Carabinieri. Lo Stato rispose con la legge Pica del 15 agosto 1863, che portò tribunali militari e domicilio coatto. Molfese, sui dati ufficiali del Ministero della Guerra e avvertendo lui stesso che non sono affidabili, conta 5.212 uccisi o fucilati fra i soli classificati come briganti, senza i civili morti nelle rappresaglie; Lupo e Pinto parlano oggi di guerra civile interna al Mezzogiorno, e Pinto prosegue la linea di Lupo invece di contrapporvisi.

Perché nel 1866 l'Italia ottiene il Veneto pur perdendo a Custoza e a Lissa?
Perché la guerra la decide la Prussia. Dopo Sadowa, il 3 luglio 1866, l'Austria tratta con Berlino: i preliminari di Nikolsburg del 26 luglio prevedono già la cessione del Veneto all'Italia per il tramite della Francia. L'Italia firma l'armistizio di Cormons solo il 12 agosto, su condizioni negoziate dall'alleato. La Pace di Vienna è del 3 ottobre e l'annessione arriva con il regio decreto n. 3300 del 4 novembre 1866.


Conclusioni: che cosa portarsi all'interrogazione



Tre idee tengono insieme tutta la guida.

L'unità fu un esito, non un programma. Nel 1858, a Plombières, il piano era una confederazione di Stati sotto la presidenza onoraria del papa; nel 1861 nacque uno Stato unitario che si estendeva quasi a tutta la penisola. Chi lo racconta come un disegno eseguito — in una direzione o nell'altra, come compimento glorioso o come conquista pianificata — sta semplificando un processo che fu fatto di occasioni colte, di iniziative subite e poi governate, e di vincoli internazionali.

Fatto e interpretazione sono due cose diverse. Che il numerale "II" sia stato mantenuto è un fatto verificabile negli atti parlamentari del 1861. Che questo significhi "conquista regia" è un'interpretazione, ha una storia e ha degli autori, a partire da Gramsci. All'orale, saper separare i due piani vale più di qualunque posizione.

L'autorevolezza della fonte non garantisce l'esattezza della data. Il sito del Ministero della Difesa data l'armistizio di Villafranca all'11 luglio; il Portale storico della Presidenza della Repubblica colloca Calatafimi al 14 maggio. Non è un motivo di sfiducia: è un motivo per prendere l'abitudine di controllare, che poi è l'unica cosa che questa materia insegna davvero.

Come ripassare in quindici minuti

Nell'ordine: la tabella cronologica della sezione 3, leggendo solo la colonna "Perché conta"; la tabella dei progetti politici della sezione 4, per fissare chi voleva che cosa; la tabella delle tre guerre della sezione 5, per non confonderle mai più; e infine gli errori tipici della sezione 10, che sono la lista delle cose che fanno perdere punti anche a chi ha studiato.

Fonti: Treccani, Enciclopedia Italiana e Dizionario di Storia; Portale storico della Camera dei deputati; Gramsci, Quaderni del carcere, Quaderno 19; Romeo, Risorgimento e capitalismo (1959) e Cavour e il suo tempo; Mack Smith, Cavour and Garibaldi 1860 (1954); Banti, La nazione del Risorgimento (2000); Riall; Lupo, L'unificazione italiana (2011); Pinto, La guerra per il Mezzogiorno (2019); Daniele e Malanima (2011); Felice (2013); De Francesco, La palla al piede (2012)

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