Adam Smith - Lo spettatore imparziale


Immagine Adam Smith
1) Introduzione
2) Lettura
3) Guida alla lettura
4) Guida alla Comprensione

Introduzione


Adam Smith sostiene che esiste una sensibilità innata alla giustizia, radicata nella capacità umana di empatizzare con coloro che aderiscono alle leggi che proteggono vita, libertà e proprietà. Questo senso di giustizia è incarnato dalla figura del "spettatore imparziale", che critica e censura le azioni che violano questi principi basilari, suscitando sentimenti di vergogna e rimorso. Nella sua opera "La teoria dei sentimenti morali", Smith descrive in dettaglio come lo "spettatore imparziale" agisca come un freno all'egoismo umano, specialmente quando è in gioco il benessere altrui. Egli utilizza una metafora che trae origine da Cicerone, il quale a sua volta la prese da uno scritto di Crisippo, filosofo stoico. Questa immagine figurata descrive la competizione per i beni terreni, in cui ogni individuo è libero di impiegare le proprie capacità per ottenere ciò che desidera, purché non agisca ingiustamente né ostacoli gli altri concorrenti. Tale visione si contrappone a quella di Hobbes, presente negli "Elementi di legge naturale e politica", dove la vita umana è vista come una corsa dominata dalle passioni verso piacere e potere, contenute solo dalle leggi di un'autorità civile. Per Smith, invece, è il giudizio interiore a moderare le passioni umane.


Lettura


1. Non ci può essere alcun motivo appropriato per danneggiare il nostro prossimo, né ci si può aspettare di esser condivisi se si incita a fare del male a un altro, tranne nel caso di giusta indignazione per il male che l'altro ha fatto a noi. Nessuno spettatore imparziale potrà condividere se turbiamo la felicità dell'altro solo perché si frappone alla nostra, se gli sottraiamo ciò che gli è utile solo perché può essere altrettanto, o più utile, a noi, o se ci lasciamo andare in tal modo a spese di altri, alla naturale preferenza che ogni uomo ha per la propria felicità più che per quella degli altri.

Senza dubbio ogni uomo, per natura, viene affidato in primo luogo e principalmente alle sue stesse cure, e dal momento che egli è adatto a prendersi cura di se stesso più che ogni altra persona, è idoneo e giusto che debba essere così. Perciò ogni uomo è molto più profondamente interessato a ciò che riguarda immediatamente lui stesso che a ciò che riguarda ogni altro uomo; e, forse, venire a sapere della morte di un'altra persona, con la quale non abbiamo un particolare legame, ci preoccuperà di meno, ci metterà di meno lo stomaco sottosopra e rovinerà il nostro riposo molto meno che un guaio del tutto insignificante che sia capitato a noi.

Ma, sebbene la rovina del nostro prossimo riesca a colpirci molto meno che una piccolissima nostra sventura, non dobbiamo mandarlo in rovina per impedire quella piccola sventura, né per prevenire la nostra stessa rovina.

In questo, come in tutti gli altri casi, non dobbiamo considerarci tanto secondo la luce in cui possiamo naturalmente apparire a noi stessi, quanto secondo quella in cui naturalmente appariamo agli altri. Nonostante, secondo il proverbio, ogni uomo possa rappresentare tutto il mondo per se stesso, per il resto dell'umanità egli non è che una sua insignificante parte. Sebbene la propria felicità possa essere per lui più importante di quella di tutto il resto del mondo, per ogni altra persona non conta più della felicità di chiunque altro.

Sebbene, perciò, possa essere vero che ogni individuo, nel suo cuore, naturalmente preferisca se stesso all'intera umanità, tuttavia egli non osa ammettere di fronte all'umanità di comportarsi secondo questo principio. Sente che gli altri non potrebbero mai condividere questa preferenza, e che per quanto possa essere naturale per lui, deve sempre apparire eccessiva e abnorme a loro. Quando considera se stesso nella luce in cui è consapevole che lo considereranno gli altri, riconosce che per loro egli non è altro che uno dei tanti, in nessun rispetto migliore di qualsiasi altro.

Se vuole agire in modo che uno spettatore imparziale possa prendere parte ai principi della sua condotta, cosa che più di ogni altra egli desidera fare, deve, in questa come in tutte le altre occasioni, sottomettere l'arroganza del suo amor di sé, e attenuarla fino a un punto che gli altri uomini possano condividere. Essi la potranno tollerare solo fino a consentirgli di essere più preoccupato della propria felicità e di perseguirla con più zelante assiduità che quella di qualsiasi altra persona. Fino a questo punto, ogni volta che si metteranno nella sua situazione, lo condivideranno prontamente.

Nella gara per la ricchezza, gli onori e le promozioni, può correre più forte che può, tendere al massimo ogni nervo e ogni muscolo per superare i suoi avversari. Ma se dovesse fare uno sgambetto o atterrare uno di loro, l'indulgenza degli spettatori verrebbe del tutto meno. Sarebbe una violazione della competizione leale, che essi non potrebbero ammettere. Per loro quest'uomo è sotto ogni rispetto buono quanto lui: essi non prendono parte a quell'amore di sé per il quale egli preferisce così tanto se stesso all'altro e non possono condividere il motivo per cui l'ha danneggiato. Perciò simpatizzano prontamente con il naturale risentimento di chi ha ricevuto il torto, mentre chi l'ha fatto diventa l'oggetto del loro odio e della loro indignazione. Egli è consapevole di diventarlo, e avverte che quei sentimenti sono pronti a esplodere contro di lui da ogni parte.

2. [...] Le leggi più sacre della giustizia, [...] quelle la cui violazione sembra gridare più forte vendetta e punizione, sono quelle che proteggono la vita e la persona del nostro prossimo; seguono poi quelle che proteggono la sua proprietà e i suoi possedimenti; per ultime vengono infine le leggi che proteggono quelli che sono chiamati i suoi diritti personali, o ciò che gli è dovuto in base alle promesse altrui.

3. Chi viola le più sacre leggi di giustizia non può mai riflettere sui sentimenti che l'umanità deve nutrire nei suoi confronti senza sentire tutte le angosce della colpa, oltre a orrore e costernazione. Quando la sua passione è ormai appagata, ed egli comincia a riflettere a freddo sulla sua passata condotta, non può comprendere nessuna delle motivazioni che l'hanno influenzata. Ora gli appaiono detestabili così come sono sempre apparse agli altri.

Simpatizzando con l'odio e la ripugnanza che gli altri uomini nutrono per lui, egli diventa in qualche misura oggetto del suo stesso odio e della sua stessa ripugnanza. La situazione della persona che ha patito la sua ingiustizia ora lo impietosisce. A questo pensiero egli si addolora; si rammarica per gli infelici effetti della propria condotta e allo stesso tempo sente che lo hanno reso oggetto appropriato del risentimento e dell'indignazione dell'umanità, e di ciò che del risentimento è la naturale conseguenza, e cioè la vendetta e la punizione. Questo pensiero lo ossessiona continuamente, e lo riempie di terrore e sbigottimento. Non osa più guardare in faccia gli altri uomini, ma immagina di essere bandito ed escluso dagli affetti dell'umanità. In questo, che è il suo più grande e terribile dolore, non può sperare nella consolazione della simpatia. Il ricordo dei suoi crimini ha scacciato dal cuore dei suoi simili ogni sentimento di partecipazione nei suoi confronti. Ciò che più teme sono proprio i sentimenti che essi nutrono nei suoi riguardi. Ogni cosa gli sembra ostile, e sarebbe contento di volare verso qualche deserto inospitale, dove non sarebbe più costretto a sostenere la presenza di una creatura umana, né a leggere nell'espressione degli uomini la condanna dei suoi crimini. Ma la solitudine è ancora più terribile della società. I suoi stessi pensieri non possono offrirgli altro che ciò che è oscuro, sventurato e disastroso, presagi malinconici di un'inesplicabile miseria e rovina.

L'orrore della solitudine lo riconduce all'interno della società, ed egli si ritrova alla presenza dell'umanità, stupito di comparire di fronte agli altri, carico di vergogna e sconvolto dalla paura, per supplicare qualche minima protezione da parte di quegli stessi giudici dai quali sa di essere già stato unanimemente condannato. Tale è la natura del sentimento che è propriamente detto rimorso, il più terribile di tutti i sentimenti che possano penetrare nell'animo umano. Esso è composto di vergogna, per il senso dell'inappropriatezza della condotta passata; di pena, per gli effetti di questa; di pietà per coloro che hanno sofferto per causa sua; e di paura e di terrore della punizione, per la coscienza del risentimento giustamente provocato in tutte le creature razionali.

4. Il comportamento opposto ispira naturalmente il sentimento opposto. Quando l'uomo che ha compiuto un'azione generosa non per un frivolo capriccio, ma per motivi appropriati, guarda verso coloro che hanno ricevuto i suoi servigi, sente di essere il naturale oggetto del loro amore e della loro gratitudine, e, per simpatia con loro, della stima e dell'approvazione di tutta l'umanità. E quando guarda indietro al motivo per il quale ha agito, e lo esamina sotto la stessa luce in cui lo esaminerebbe lo spettatore indifferente, persiste nel prendervi parte, e plaude se stesso per simpatia con questo immaginato giudice imparziale. Da entrambi questi punti di vista la sua condotta gli appare gradevole in ogni aspetto. A questo pensiero la sua mente si riempie di allegria, serenità e calma. È in amicizia e in armonia con tutta l'umanità e considera i suoi simili con confidenza e benevola soddisfazione, sicuro di aver meritato la loro più favorevole considerazione. Nella combinazione di questi fattori consiste la coscienza del merito, ovvero la consapevolezza di esser degni di ricompensa.


Guida alla lettura


1) Smith afferma che è giusto prediligere se stessi come oggetti di cura, secondo il programma dell'amore di sé. Qual è il limite di legittimità di tale atteggiamento?
Secondo Adam Smith, è naturalmente giusto che ogni individuo prediliga se stesso nell'ambito della cura personale, poiché ciascuno è per natura il più adatto a occuparsi delle proprie esigenze. Tuttavia, Smith stabilisce un limite molto chiaro alla legittimità di questo atteggiamento di amore di sé. Il limite è dato dalla necessità di considerare come il nostro comportamento appare agli occhi degli altri, e dall'importanza di non danneggiare gli altri mentre si perseguono i propri interessi.

Smith sostiene che sebbene sia naturale per un individuo prediligere la propria felicità, non dovrebbe farlo in modo che le sue azioni appaiano eccessive o abnormi agli altri. La legittimità dell'amore di sé è quindi limitata dalla necessità di mantenere un equilibrio tale che gli altri possano tollerare questo comportamento senza che appaia ingiusto o egoista. L'individuo deve moderare l'amore di sé fino al punto che gli altri possano accettarlo e, in tal modo, cercare di agire in maniera che possa essere approvata da uno "spettatore imparziale".

Inoltre, Smith specifica che mentre è lecito per una persona impegnarsi intensamente nella competizione per il successo personale, come nella ricerca della ricchezza, degli onori o delle promozioni, è ingiusto e inaccettabile comportarsi in modo sleale o danneggiare gli altri per avanzare i propri interessi. Questo tipo di comportamento supera il limite di legittimità dell'amore di sé perché viola i principi fondamentali della giustizia e dell'equità, generando disapprovazione sociale e condanna morale.

In sintesi, mentre Smith riconosce e giustifica un certo grado di egoismo naturale, la sua legittimità è circoscritta dalla necessità di agire in modo equo e giusto, mantenendo un comportamento che sia accettabile agli occhi degli altri e conforme alle regole della morale e della giustizia sociale.

2) Quali sentimenti sorgono spontaneamente, secondo Smith, a sanzionare il proprio comportamento ingiusto?
Secondo Adam Smith, i sentimenti che spontaneamente sorgono per sanzionare il proprio comportamento ingiusto includono la vergogna, il rimorso, l'orrore, la costernazione, e il terrore. Quando una persona riflette sulla sua condotta passata e sui sentimenti che l'umanità nutre nei suoi confronti, avverte angosce profonde dovute alla colpa. Questi sentimenti emergono con chiarezza quando la persona si rende conto di essere diventata oggetto dell'odio e dell'indignazione degli altri, e di come questi sentimenti possano esplodere contro di lui. La consapevolezza di essere il bersaglio del risentimento e della punizione alimenta ulteriormente il suo terrore e sbigottimento.

Inoltre, Smith descrive il rimorso come il più terribile dei sentimenti, composto di vergogna per l'inappropriata condotta passata, pena per gli effetti di questa, pietà per coloro che hanno sofferto per causa sua, e paura e terrore della punizione, per la consapevolezza del risentimento giustamente provocato in tutte le creature razionali. Questo mix di sentimenti è una potente forza regolatrice che funge da freno interno contro la ripetizione di azioni ingiuste.

3) A quali condizioni gli altri sono disposti a condividere il nostro successo nella competizione sociale?
Secondo il testo di Adam Smith, gli altri sono disposti a condividere il nostro successo nella competizione sociale quando agiamo in modo leale e giusto, senza compromettere l'onestà della competizione stessa. Smith spiega che, sebbene un individuo possa spingersi con tutte le sue forze per superare i suoi avversari nella gara per la ricchezza, gli onori e le promozioni, non deve ricorrere a metodi scorretti come fare uno sgambetto o atterrare un avversario. Tali azioni sarebbero viste come una violazione della competizione leale e causerebbero la perdita dell'indulgenza degli spettatori.

In sostanza, gli altri condivideranno e apprezzeranno il nostro successo solo se riteniamo che esso sia stato ottenuto in modo equo e giusto, senza danneggiare gli altri per il proprio vantaggio personale. Questa condivisione del successo si basa sulla percezione che il comportamento sia stato etico e conforme alle regole di giustizia sociale accettate dalla comunità.

4) Quali sono le leggi più sacre della giustizia?
Secondo il testo di Adam Smith che hai fornito, le leggi più sacre della giustizia, quelle la cui violazione sembra richiedere vendetta e punizione più fortemente, sono elencate in un ordine di priorità. Al primo posto ci sono le leggi che proteggono la vita e la persona del nostro prossimo; seguono quelle che tutelano la sua proprietà e i suoi possedimenti; infine, le leggi che proteggono quelli che sono definiti i suoi diritti personali, ovvero ciò che gli è dovuto in base alle promesse altrui. Questa gerarchia evidenzia come la protezione della vita e dell'integrità fisica siano considerate da Smith le più fondamentali e inviolabili tra le leggi di giustizia.


Guida alla Comprensione


1) Perché un uomo normale, legato al naturale amore di sé, dovrebbe sottoporsi virtualmente al giudizio dello «spettatore imparziale», che lo tratta come uno qualunque?
Secondo Adam Smith, un uomo normale, pur essendo guidato dal naturale amore di sé, si sottopone al giudizio dello "spettatore imparziale" perché ciò gli consente di moderare e controllare l'eccessivo amor proprio in maniera che la sua condotta possa essere accettabile e approvata dagli altri. Smith sostiene che, anche se naturalmente ogni individuo si preferisce rispetto all'intera umanità, consapevolmente non può comportarsi in maniera troppo egoista senza incappare nel giudizio negativo degli altri.

Nel testo, Smith spiega che mentre un individuo può sentirsi il centro del mondo per sé stesso, per gli altri non è che una piccola parte dell'umanità. L'idea di essere percepiti come eccessivamente egoisti o ingiusti è inaccettabile socialmente e provoca una naturale reazione di censura e disapprovazione da parte degli altri. Questo spinge l'individuo a moderare il proprio comportamento per conformarsi a un'etica che sia più universale e accettata, piuttosto che puramente autoreferenziale.

Inoltre, l'essere oggetto dell'amore di sé non è sufficiente per ottenere l'approvazione sociale: gli altri non condivideranno automaticamente la stessa preferenza che l'individuo ha per sé stesso. Di conseguenza, se vuole guadagnare l'approvazione e l'accettazione degli altri, un individuo deve agire in modo che le sue azioni possano essere approvate anche da uno spettatore imparziale, che simboleggia un giudizio più obiettivo e universale. Questa necessità di approvazione esterna è un forte incentivo per moderare l'egoismo naturale e agire in modi che siano considerati giusti e moralmente corretti dalla società in cui vive.

2) Perché, secondo Smith, non solo un uomo non può tollerare di essere oggetto di risentimento e indignazione da parte degli altri, ma, riflettendo su se stesso, non può fare a meno di simpatizzare con loro?
Secondo Adam Smith, un uomo non può tollerare di essere oggetto di risentimento e indignazione da parte degli altri e, riflettendo su se stesso, non può fare a meno di simpatizzare con loro perché, quando riflette a freddo sulla sua condotta passata, si rende conto che le motivazioni che lo hanno spinto ad agire ora gli appaiono detestabili, così come sono sempre apparse agli altri. Questa riflessione lo porta a simpatizzare con l'odio e la ripugnanza che gli altri uomini nutrono nei suoi confronti, rendendolo così in qualche misura oggetto del suo stesso odio e della sua stessa ripugnanza. La persona che ha patito la sua ingiustizia ora gli impietosisce, provocando dolore e rammarico per gli effetti della propria condotta.

Smith spiega che queste emozioni nascono dal riconoscimento del torto commesso e dall'empatia involontaria che si sviluppa nei confronti della vittima. L'uomo riconosce di essere diventato un oggetto appropriato del risentimento e dell'indignazione dell'umanità, sentimenti che sono la naturale conseguenza del suo comportamento ingiusto. Il rimorso, il terrore e la vergogna che seguono sono tanto potenti che egli non osa più guardare in faccia gli altri uomini, poiché percepirà sempre la condanna dei suoi crimini. Questo lo porta a una sofferenza estrema, tanto che preferirebbe isolarsi dalla società, sebbene la solitudine si riveli ancor più terribile. In definitiva, il rimorso che prova è un amalgama di vergogna, pena, pietà e terrore di ulteriori conseguenze, rendendo insopportabile la presenza nella società, nonostante sia spinto a ritornarvi dalla paura della solitudine.

3) Smith prospetta per l'individuo ingiusto, consapevole della propria iniquità, un grave stato di disagio interiore. Spiegane i motivi.
Adam Smith, nel testo, descrive un profondo disagio interiore per l'individuo che compie azioni ingiuste, sottolineando la forte tensione morale che nasce dalla consapevolezza della propria colpa. Ecco alcuni dei motivi principali di questo disagio, come emergono dal testo:

Riflessione sulla propria condotta: Una volta appagate le passioni, l'individuo inizia a riflettere con freddezza sulle proprie azioni passate e si rende conto di non poter giustificare i motivi che lo hanno spinto a comportarsi ingiustamente. Queste motivazioni, a mente fredda, appaiono detestabili e inaccettabili, proprio come sono sempre apparse agli altri.
Simpatia con i sentimenti altrui: L'individuo ingiusto, riflettendo sulle proprie azioni, inizia a simpatizzare con l'odio e la ripugnanza che gli altri nutrono nei suoi confronti. In tal modo, si sente anche lui oggetto di odio e ripugnanza, quasi come se si estraniasse da sé stesso e vedesse le sue azioni con gli occhi degli altri.
Empatia per la vittima: La consapevolezza dell'ingiustizia commessa porta l'individuo a pietosire la vittima delle sue azioni, intensificando ulteriormente il rimorso e la sofferenza per gli effetti del proprio comportamento.
Terrore e paura della punizione: La consapevolezza di essere diventato un oggetto di risentimento e indignazione universale provoca un costante stato di terrore e paura della reazione e della punizione da parte della società. Questo pensiero diventa ossessivo, riempiendo l'individuo di "terrore e sbigottimento".
Isolamento sociale e condanna: L'individuo sente di essere escluso dagli affetti dell'umanità e teme di dover affrontare la società da cui si sente condannato. Questa solitudine forzata e il sentirsi bandito sono sperimentati come estremamente dolorosi, peggiorando ancora di più la sua condizione interiore.
Rimorso: Questo sentimento complesso, descritto come il più terribile che possa penetrare nell'animo umano, è un cocktail di vergogna, dolore, pietà e terrore, derivanti dalla consapevolezza di aver meritato il risentimento altrui.

In sintesi, Smith descrive il disagio dell'individuo ingiusto come un intenso conflitto interiore alimentato dalla coscienza della propria immoralità, dalla simpatia verso i sentimenti negativi che suscita negli altri, e dalla paura delle conseguenze delle sue azioni.

Fonti: Zanichetti, libri scolastici superiori

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